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21.8.11

Black and white and grey

Ti puoi anche illudere di essere lontana da Torino da abbastanza tempo da non sentirne neanche più nostalgia. Parlarne poco, quasi mai. Cancellare foto dal computer. Ignorare certe canzoni ancora in memoria sull'ipod. Descriverla come la casa in cui sei cresciuta, un posto importante ma non necessariamente quello in cui vorresti tornare a vivere - 'che essere fuidi, capaci di adattarsi ed entusiasmarsi per nuovi habitat è diventata un po' la tua parola d'ordine.
Poi però ti capita una domenica pomeriggio di sfogliare il New York Times Magazine e incappare in una pubblicità della Rosetta Stone, corredata da foto in bianco e nero di Piazza Vittorio, all' alba, luce grigia sul pavè e poche macchine in giro. Non una didascalia, un indizio, niente. Non si vede neanche la Gran Madre, coperta da un gioco di luce - ma tu la vedi benissimo.
Allora succede di realizzare con un discreto senso di smarrimento che tu e l'uomo di fronte, a sua volta impegnato a leggere un inserto domenicale mentre controlla che i pargoli non si rovescino addosso la cioccolata calda, siete probabilmente gli unici individui in tutto il New Mexico in grado di riconoscere istantanemente quella piazza. Di ricordarne l'eleganza e la maestosità, le passeggiate sotto i portici e le corse al mattino prestissimo, le sessions da shopaholic con le amiche, le prime uscite a due tentative e dentrolariasporcailtuo sorrisocontrovento. Di immaginare una vita parallela, chiedersi e se invece fossimo rimasti a orbitare da quelle parti . Roba che fa male al cuore, e bene all'anima. L'appartenenza è avere Piazza Vittorio dentro di sè.



25.9.10

Incontri

Spiegava il giovane Holden come "quelli che proprio mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l' autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti gira".
Come si può dedurre da un certo numero di indizi apparsi qua e là su questo blog, mi è capitato più di una volta di pensare che sarebbe stato piuttosto pratico poter fare uno squillo ogni tanto a Daniel Pennac. La mia ammirazione è costruita in larga parte sull'apprezzamento puramente letterario del suo stile, del suo uso della lingua e dei temi che affronta, sia attraverso i romanzi che i saggi. Ho anche la fortuna di poter leggere Pennac in francese, il che, per quanto la traduzione italiana sia eccellente e renda molto bene la fluidità e dinamicità del testo originale, rimane indiscutibilmente vantaggioso.
A questo si aggiungono, come quasi sempre se si va a investigare una preferenza particolare per un testo o un autore, ragioni più personali ed emotive, legate al momento in cui ho letto alcuni suoi libri, e alle persone che me hanno invitata a leggerli.
Come per la saga di Malaussène, che era stata fortemente consigliata da H, solitamente così restio alla fiction che mi aveva incuriosito. L' entusiasmo era stato tanto contagioso che l'avevo letta tutta in un estate. Anche i "Signori bambini" sono stati un suo regalo, arrivato in occasione di un Natale in cui avevamo appena scoperto che a breve saremmo diventati signori genitori. "Come un romanzo" e "Diario di scuola", invece li ho scovati da sola (uno l'ho sequestrato a un' ex-coinquilina, a dirla tutta), e hanno fornito grande carica e ispirazione negli anni in cui mi preparavo ad insegnare. Altri due titoli sulle mie mensole: "L' occhio del lupo e "Cabot Caboche", libri delicatissimi per bambini, ragalo di un amico francese che aveva individuato questo mio interesse senza che ne facessi parola.

Poi succede che un paio di settimane fa un' amica del master mi avverte che Pennac sarà a Londra per presentare la traduzione francese di "Diario di scuola". Ignorerò l' opportunità offerta su un silver tray per ironizzare sul fatto che ci sono voluti tre anni per tradurre il testo in inglese: Pennac qui non gode dello stesso successo che ha in Francia o in Italia, probabilmente proprio a causa del fatto che nella traduzione inglese, per quanto buona, si perdono il ritmo e lo stile che lo rendono tanto peculiare e interessante. Forse per questo la traduttrice inglese ha accantonato Malaussène per concentrarsi sui saggi sull' educazione, "Come un romanzo" e, appunto, "Diario di scuola".
Insomma, avrei preferito ascoltare Pennac da un palco all' aperto in una piazzetta parigina che in una saletta semibuia di Farrington, north east London, ma è stato comunque emozionante, sopra le mie aspettative.

La presentazione di ieri sera riuniva Pennac, la sua traduttrice inglese Sarah Ardizzone, e Quentin Blake, uno dei miei disegnatori di libri per bambini preferiti, che ha illustrato l' edizione inglese di "Come un romanzo" e ha scritto la prefazione di quest' ultimo lavoro. Attraverso gli spunti offerti dalle domande di Blake, Pennac ha raccontato, commosso, divertito e filosofeggiato attraverso un curioso mix di brillantezza dialettica, gestualità vivacissima, pacatezza e garbo, risultanti in un carisma che il suo lavoro da scrittore riflette solo in parte. Ha raccontato della propria esperienza di studente e di insegnante, soffermandosi in particolare sulla figura dell' ultimo della classe, delle paure e del senso di ineguatezza che caratterizzano la sua esperienza di scuola e di educazione. Di come lui avesse avuto la fortuna di incontrare alcuni insegnanti che lo incoraggiarono, attraverso strade e direzioni diverse da quelle canoniche,a sviluppare autostima e talenti personali. Di come poi egli abbia sperimentato sulla propria pelle, da professore, il bisogno di creare opportunità alternative e rispettare i ritmi individuali dei propri alunni, di dirigere la classe come un' orchestra anzichè come un reggimento. Dell' importanza che egli attribusce agli insegnanti e piu in generale agli educatori, nel promuvere una concezione della ricerca del benessere legata non alla capacita di cambiare macchiana o cellulare ogni due anni, ma alla possibilità di istruirsi, di avere accesso ed esplorare stimoli intellettuali diversi.

Tante idee, insomma, molto food for thought. Ma forse più di tutto mi ha colpita il contrasto, in questo scrittore ormai anziano, tra l' andatura rallentata e appesantita e la faccia scavata dalle rughe, e la caparbietà dello sguardo luminoso e profondo e del sorriso scanzonato e un po' sarcastico, apparentemnrte incapaci di soccombere allo scorrere degli anni, alla fatica, alla monotonia. Un bambino coi capelli grigi.

Avevo portato con me tre libri di Pennac per chiedergli di autografarli; ma lui era in vena creativa, e così adesso sono in possesso di una copia di "Signori Bambini" altamente personalizzata (per chi non avesse presente il disegno originale, i cinque omini con il cartello in alto sono stati aggiunti ieri sera). Wow! Questo compensa per quando mi hanno portata a Disneyland ma c' era lo sciopero delle maschere cosi non avevo potuto avere l' autografo di Donald Duck.

Et vive Pennac!


7.7.10

Piccoli genitori crescono


C'è stata una seconda ricorrenza da festeggiare, sottintesa al terzo compleanno di Verdun: i nostri primi tre anni da genitori, miei e di H. Non ci sono stati brindisi e pacche sulle spalle, ma le nostre teste erano sintonizzate su un mix di sensazioni piuttosto disparate: incredulità per la rapidità con cui questi tre anni sono trascorsi; sospiro di sollievo al traguardo finale dei terrible twos; parziale amnesia riguardo alla nostra vita pre-Verdun (qui si potrebbe intravedere un meccanismo di autodifesa dai risvolti freudiani, ma sorvoliamo); curiosità di scoprire quale sarà il prossimo passo. Perchè anche se ogni giorno degli ultimi tre anni è stato speciale, è innegabile che più Verdun diventa una personcina a modo, più sviluppa un suo proprio carattere, e un suo modo di comunicare, fatto di parole, ma anche gesti, sguardi, e immancabili tantrums, più il gioco si fa interessante, e coinvolgente.

Cresciamo insieme: nonostante tutti i manuali di parenting sfogliati, e i consigli in merito, offerti un po' da chiunque, dalle nonne al postino, tutto quello che sappiamo sull'essere genitori l' abbiamo imparato da Verdun e Pierrot.

I Signori Bambini ci hanno insegnato innanzitutto quanto sia importante sapersi mettere nei loro panni. Ci hanno spiegato come essere bambini significhi essere in tutto più deboli e privi di energie rispetto a quello che li circonda; quanto possa essere difficile e tortuoso doversi abituare e trovare un senso a un mondo di cui spesso non capiscono i meccanismi, ultrapotenti per le loro forze. Come stranieri trapiantati in un mondo completamente diverso, che devono imparare a conoscere e dominare con mezzi propri.
Verdun e Pierrot ci ricordano costantemente come i bambini vivano d'affetto. Per loro, la ricerca dell' amore predomina su quella del piacere, è il primo bisogno di cui cercano soddisfazione. Se si sentono circondati d' affetto, diretto verso di loro, ma anche tra di noi genitori, allora il mondo è bello, altrimenti è brutto. Per loro, e' l unica dimensione che conta.
Allora cerchiamo di farli sentire sempre amati, di condividere le loro preoccupazioni e le loro gioie, di guardare il mondo attraverso i loro occhi, e di guardare a noi stessi attraverso di loro.

Perchè i SB non cercano solo qualcuno che li capisca, ovviamente: ci chiedono di essere capaci allo stesso tempo di offrire spiegazioni e direzioni, di educarli, in altre parole.
Ci interroghiamo su cosa significhi educare i propri figli. Siamo bombardati da messaggi in proposito, da scuole di pensiero su atteggiamenti da mantenere, sui no che aiutano a crescere, sui giocattoli che aiutano a parlare, sul corso di teatro che li renderà più confidenti. Non c'è libreria o biblioteca che non abbia un cospicuo numero di scaffali dedicato a manuali sul tema.
Eppure, a guardare bene, pare che il tutto essenzialmente si possa ridurre a due cose; le scrivo qui, come un promemoria. La prima, fare tutto il possibile per dare ai piccoli i mezzi con cui evolvere, ciò che serve per crescere - esperienza e affetto, soprattutto. La seconda, dare di sè stessi un modello affettivo che possa non essere copiato, ma servire come punto di riferimento.
Credo sia importante che Verdun e Pierrot abbiano a disposizione materiali ed esperienze con cui scoprire e costruire sè stessi, la loro forza e i loro limiti. E che, indipendentemente dalle nostre convinzioni, noi possiamo rappresentare per loro un modello di cui possano imparare e accettare le parti piu importanti: la coerenza, l'onestà, la capacità di amare.

Si tratta insomma di un' impresa di proporzioni ciclopiche. Da cui l' incertezza, la confusione, la paura di sbagliare (e il relativo fiorente settore editoriale).
Eppure, è impossibile tirarsi indietro, e nemmeno desiderabile. In effetti, se con la tua piccola, costante presenza di Signore Bambino porti tanta bellezza ed entusiasmo nel mondo dei tuoi genitori, è il minimo che tu possa chiedere in cambio.

7.5.10

H's back

Happy ending al post precedente: H is back!

E' tornato dall' America con magliette e marchandising vario delle università che ha visitato, e soprattutto con tre proposte di lavoro, tutte interessanti (così pare, non è che mi sia davvero interessata di cosa andrebbe a studiare, chiaramente), ed estremamente diverse, in termini di location: New York, New Mexico o San Francisco. Così, al di là dell' indirizzo che prenderebbe la ricerca di H, si tratta di scegliere che tipo di vita vogliamo fare nei possimi diciamo almeno tre anni, che genere di opportunità offrire ai Signori Bambini ... roba da perderci svariate notti di sonno, prima di cominciare a tirare la monetine per non assumersi la responsabilità di una scelta di portata abnorme.

Al momento, però, non abbiamo la forza di pensarci; in effetti, da tre giorni facciamo poco altro che dormire, tutti e quattro, in ogni momento libero. Si dorme di notte, tutta di filato come non succedeva da mesi (sette), ma anche sulla metro, nel passeggino, sul bus, sul divano, nel babybjorn, sulla sdraietta. Cala la palpebra persino da starbucks e mentre si gioca a memory. Una caporetto, insomma. Niente paura, stiamo solo recuperando il jet dad.

Jet dad
, n: a condition characterised by psychological and physiological effects (as fatigue and irritability), occurring following prolonged absence of the pater familias, and resulting from disruption of circadian rhythms in the family routines (Merriam Webster's, revisited by Elle)

17.3.10

Like I' ve never done before

Grande fermento al pub sottocasa per i festeggiamenti di St Patrick: bandiere irlandesi, cappelloni a tuba, gente più ubriaca del solito, donne vestite ancor peggio del solito (almeno un capo verde smeraldo è d' ordinanza, pare: trattasi di un colore che ha la singolare proprietà di non star bene addosso a nessuno; tranne, suppongo, a Saint Patrick himself).

Comunque.
Per me il 17 marzo ha un significato diverso. Tra i tanti anniversari che mi legano ad H, e che vengono sistematicamente dimenticati da entrambi tra gli altri innumerevoli impegni quotidiani , è quello che mi piace di piu. Otto anni fa ci siamo baciati per la prima volta.
Eravamo giovani, imbranati, allegri, felici di essere insieme. C'era un vento caldo insolito per questo periodo dell'anno. Sono seguti altri baci, periodi buoni e meno buoni, periodi in cui siamo stati vicini, poi lontani, poi di nuovo vicini; tanti viaggi, la decisone grande di vivere all'estero, la ricerca di una casa insieme; gravidanze, parti, notti insonni; primi dentini, primi passi, prime parole; momenti di gioia, momenti di tristezza, momenti di fatica, tanti venti, freddi e caldi. Otto anni dopo, tutto sommato, non siamo cambiati molto: siamo ancora giovani, imbranati, allegri, felici di essere insieme.

H non appare, non apparirà spesso direttamente in questo blog. Eppure la sua presenza e il suo supporto sono intrinsechi alle mie giornate, alle mie scelte, ai miei successi e ai miei fallimenti. H ha la caratteristica di esserci sempre, anche quando chiunque altro avrebbe gettato la spugna. Non con grandi gesti, ma con costanza e continua premura. Perciò non appare, ma traspare da tutto quello che faccio, e da quello che racconto: basta scavare un po', e lui c' è.
Ogni giorno si rende piu indispensabile, vitale. Ecco una differenza che il tempo ha portato: nove anni fa tanta dipendenza mi avrebbe inquietata, adesso non piu. Adesso, dopo che tante cose che a vent' anni sembravano ovvie sono state messe in discussione , adesso che non sappiamo dove vivremo tra sei mesi, adesso che siamo genitori, la trama della coperta che io e H ci stiamo tessendo intorno mi rende più serena e coraggiosa, più potente. Mi piace pensare che la cosa sia reciproca.


Help, I need somebody,
Help, not just anybody,
Help, you know I need someone, help.

When I was younger, so much younger than today,
I never needed anybody's help in any way.
But now these days are gone, I'm not so self assured,
Now I find I've changed my mind and opened up the doors.

Help me if you can, I'm feeling down
And I do appreciate you being round.
Help me, get my feet back on the ground,
Won't you please, please help me?

And now my life has changed in oh so many ways,
My independence seems to vanish in the haze.
But every now and then I feel so insecure,
I know that I just need you like I've never done before.

Help me if you can, I'm feeling down
And I do appreciate you being round.
Help me, get my feet back on the ground,
Won't you please, please help me.

When I was younger, so much younger than today,
I never needed anybody's help in any way.
But now these days are gone, I'm not so self assured,
Now I find I've changed my mind and opened up the doors.

Help me if you can, I'm feeling down
And I do appreciate you being round.
Help me, get my feet back on the ground,
Won't you please, please help me, help me, help me, oh.



(I am not going to translate this one. Basically, it's about H. To eat, pray and love, I'd stick to italian.)

20.1.10

No Sun Land

Antefatto: in un gennaio di svariati anni fa, Elle sbarcava spavalda a Londra per la prima volta, per una gita di tre giorni in compagnia dell' allora fidanzato, che fungeva anche da Virgilio in virtù della sua precedente esperienza in terra anglosassone in viaggio studio in terza liceo - molto in voga negli anni 90.
Comunque. Stansted li accoglieva con temperature siberiane e buio pesto: erano le tre del pomeriggio. Un sola domanda attraversava istantaneamente la testa di Elle: "Ma come fa la gente a vivere in un posto del genere?".

Oggi vivo a Londra da quasi cinque anni. A Londra mi sono laureata, sposata, ho cercato casa (seguirà approfondimento - l'esperienza di comprare casa a Londra merita un post a parte); qui sono nati Verdun e Pierrot; sempre qui ho sostenuto infinite interviste di lavoro per poi trovarne uno che mi piace davvero, come insegnante in una scuola elementare; qui sono stata ammessa a un MA in Children's Literature che semplicemente non avrei potuto fare da nessun altra parte al mondo. Insomma, oggettivamente tutti gli avvenimenti più significativi della mia vita adulta sono capitati a Londra. Eppure ho la sensazione che quando ripenserò a questo periodo della mia vita non avrò nostalgia di questi posti - di certe sensazioni e determinati fatti e incontri si, ma non dei luoghi, intendo. Questo non è un posto a cui ci si affeziona.

Venire a vivere qua è stata una mezza scelta: mio marito aveva vinto una borsa per fare un dottorato all' University of London, io ho scelto di seguirlo. In realtà l'avrei seguito ovunque, quindi direi che sarebbe potuta andare peggio...
Londra corrisponde piuttosto bene all' idea che potrebbe farsene qualcuno che non ci sia mai stato, solo in base ad attributi generici da megametropoli e stereotipi particolari del caso: la lovely è proprio frenetica cosmopolita vibrante chiassosa inquinata eclettica cara come ce la si aspetta. Riducendo tutto a un piano più personale, aggiungerei che per essere così grande e caotica è anche incredibilmente a misura d' uomo, accessibile, con sevizi pubblici molto buoni, e tanto verde. Insomma, è un posto relativamente facile in cui vivere.
La difficoltà ad affezionarvici, invece, deriva proprio dalla sua eterogeneità: nella scuola dove insegno, ad esempio, che è in pieno centro, il 95% dei bambini non parla inglese con i propri genitori. Affluiscono qui persone e famiglie davvero da tutto il mondo: questa convivenza di diversità ovviamente ha tanti risvolti positivi, arricchimento culturale e blablabla, solo che l' identita della città è ultrafratturata in migliaia di micro-comunità. Questa non è una cattiva cosa, anzi, è la consequenza del grande valore dato alla libertà individuale e comunitaria: solo che l' ambiente è talmente aperto a persone, idee, culture diverse da diventare neutro, poco definibile. Potrei vivere qui tutta la vita e ritrovarmi con niente in comune con il mio vicino di casa a parte la spesa al tesco locale, proprio perchè le esperienze possibili sono così svariate.
Non aiuta il fatto che a livello naturalistico non ci sia granchè da vedere: voglio dire che se a Torino parli del panorama sulla Val Susa dai Cappuccini o delle luci dell' alba sul Monviso, secondo me anche il peggior tamarro sa di cosa stai parlando. C'e un terreno comune, una serie di immagini ed esperienze condivise, che contribuiscono a creare un senso di appertenenza al luogo. Ecco, è questo che secondo me qui a Londra manca.

Mi chiedo se quello che ho scritto possa avere senso per qualcuno che non viva qui. Tuttavia, lo sport preferito dai veri londoners, subito dopo le freccette e le gare a chi beve più birra, è lamentarsi di Londra. Dato che freccette e birra non mi appassionano, ho deciso di dedicarmi al "moaning and groaning", in cui invece sfoggio un certo talento naturale - quindi attenzione! questo è solo il primo di una serie di post su "Cose che NON mi mancheranno della lovely".
Quando poi capita che le cose appaiano veramente un po' troppo buie o impenetrabili, rileggo la nota che mio marito ha scritto alla fine degli aknowledgements nella sua tesi di dottorato. Non la traduco, perchè mi piace così com' è:
"Last and more important than everybody else, thanks to my wife. Thanks for getting on a flight heading to No Sun Land three years ago. Thanks for sharing this life of uncertainty. And thanks for all the rest."


Once upon a time, many many years ago, in January, Elle landed in London for the first time in her life for a long weekend with her not-yet-husband and a Lonely Planet. Stansted welcomed them with polar cold and midnight darkness: it was three o'clock in the afternoon. Elle's mind was immediately crossed by one and only question: "How can people live in a place like this?".

I have been living in London for almost five years now: it is here that I graduated, we married, we bought a flat (separate post to follow - the experience of dealing with foxtons and co in London is definetely worth a specific description); here is where Verdun and Pierrot were born; here I went through many job interviews, to finally land a place as teacher in a primary school that I like a lot; and here again I was admitted to an MA in Children's Literature that I simply could not have done anywhere else. Basically, all the milestones of my adult life happened in London. And yet, I have a feeling that when I will think back to these moment in my life, I will not feel nostalgic about these places. About specific events, encounters and people probably, but not about the city itself. This is not the kind of place you grow fond of.

Moving to London was an half-choice: my husband won a scholarship to study for a PhD at the University of London, and I decided to follow him. I would have followed him everywhere anyway, so I guess it could have ended much worst...
London corresponds quite well to the image that someone that has never been here could make up based on general attributes of huge metropolis and specific stereotypes: the "lovely" is as vibrant eclectic dirty exciting loud expensive as one can imagine. On a more personal level, I would add that, considering how big and chaotic it is, it is also very liveable, accessible, with good public services and lots of green spaces. Indeed, it is is a relatevely easy place to live.
So, how can it be hard to grow fond of the place? For me, I think it comes from its incredible heterogeneity. For example, in the school where I teach, in Westminster, 95% of the pupils do not speak English with their parents. In this city you can find people, families actually coming from all over the world: obviously, this diversity has many postive aspects, cultural enrichment and blablabla, but the identity of the city is broken into lots of micro-communities. This is not a bad thing: it derives from the high value given to individual and community freedom. But the environment is open to different people, cultures, ideas to such a degree that it has become very neutral, un-defined. With such a wide range of possible experiences, I could live here forever and descover that the only thing I can share with my neighbour is the shopping at the local tesco.
The relative bareness of the natural landscape does not help. What I mean is that if in Turin you talk about the sight of the Val Susa from the Cappuccini Mount or about the sunrise lights on the Monviso, everybody has a fair idea of what you are talking about. There is a common ground, a set of shared experiences and images that contributes to create a sense of belonging. That is what is lost in London. Of course, you CAN grow fond of the Big Ben, but, in the end, it's a clock.

I wonder if all this can make sense to someone who does not live here. And yet real Londoners' favourite sport, apart from darts and getting drunk, is complaining about London. Since I am not passionate neither about darts or beer, I decided to dedicate myself to "moaning and groaning", for which, by the way, I have an impressive natural talent - so beware! this is only the first of a series of posts about "Things about London that I am NOT going to miss".
Anyway, when things become a bit too difficult or dark to handle, I go back reading the final note in the aknowledgements in my husband's PhD thesis: "Last and more important than everybody else, thanks to my wife. Thanks for getting on a flight heading to No Sun Land three years ago. Thanks for sharing this life of uncertainty. And thanks for all the rest."