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20.4.12

London calling


Nella mia personale graduatoria delle situazione ansiogene, "viaggiare con tre under-five" arriva comunque dopo "fare le valigie con tre under five per casa". Specialmente perchè ormai due su tre pretendono di partecipare all'operazione in prima linea.

Ognuno si prepara a modo suo.
Verdun, maniaca dell'ordine e del planning, prepara lo zainetto di Dora the Explorer da più di un mese. Sul divano fa esercitazioni di allacciamento e slacciamento delle cinture, indicando alle bambole il relativo segnale luminoso immaginario.
Ha passato l'ultima settimana a riordinare la cucinetta ikea, che usa come ufficio, catalogando disegni, album, libretti e crafts di dubbia natura. Oggi in una delle sue scatoline sono comparsi oggetti non bene identificabili.

"Da dove salta fuori 'sta roba?"
"Sono hair di Bambola e Boy."
"Hai tagliato i capelli a Bambola e Boy? Perchè?"
"Gli andavano negli occhi. Non posso portarli a Londra a tagliarli, non ci sta piu nessuno nel mio zaino."
(Poteva andare peggio: anche P'tit Loup ha il ciuffo negli occhi.)

Essendoci un limite al numero di volte in cui puoi controllare lo zainetto, ha spostato la sua attenzione su quello del fratello.
"Hey, tu hai già preparato tuo zainetto?"
"No. Io parto tomorrow, allora io preparo mio zaino tomorrow."
(That's my boy)
"Ma hai deciso cosa vuoi portare? "
"Yes."
"Cosa?"
"Tutto."

"Mio caro P'tit Loup, non rimane nessuno spazio per i tuoi giochini. E' un problema?"
"Guh."
Segue sorriso bavoso, interpretabile come "No, a patto che possa koalizzarmi per dodici ore ed essere intrattenuto a colpi di ninne nanne, passeggiate nel corridoio, e allattamento a richiesta cioè continuo."

Atterreremo a Londra tra 36 ore. Poi mi aspettano dieci settimane in cui la mia supervisor pretende che io scriva il primo capitolo dell tesi di dottorato, un mini ciclo di lezioni a un gruppo di undergraduates che la professoressa ha definito "very opinionated", una conferenza, la solita puntata mordi e fuggi a Torino, e un viaggio di ritorno sans H. Speriamo che non piova proprio tutti i giorni.


30.8.11

Cartoline dall'Eurotour

Qualche immagine ricordo delle nostre vacanze, prima che svaniscano del tutto.

Prima tappa: London.
Se hai vissuto in una città per tre quarti della tua vita, stai via per otto mesi e quando torni non ti ricordi di averci mai messo piede, i casi sono due: o sei molto vecchio, o sei molto giovane. In entrambi i casi, per chi assiste alla scena lo spettacolo è un po' sconfortante. Non mi aspettavo molto da Pierrot, ma un barlume di familiarità da Verdun si. Nein, familiarità. Tuttavia deve essersi resa conto che ci fossero delle aspettative: siamo tornati in questo parcogiochi a Marylebone, dove avrei diritto a una placca blu solo per le infinite code davanti alle altalene praticamente quotidiane. Verdun si è guardata intorno spaesata e mi ha chiesto:
"Tu ci sei gia stata qui?"
Eh, occasionally.

Nevermind.
Io e H abbiamo avuto la sensazione opposta, quella di non esserci mai mossi di lì, non fosse che per qualche altra vetrina che ha dovuto lasciare il posto a un ristorante libanese, lo starbucks di fiducia che aveva cambiato gestione e il bambino nuovo di zecca dei nostri amici italiani. Era ancora tutto lì, tutto quello che ci ha attirato e tutto quello che ci ha fatto venir voglia di fuggire: il cielo sempre grigio e la sensazione costante di freddo nelle ossa, il melting pot, i parchi curatissimi, la metro, l'accento irritante dei veri londoners, la loro schiettezza, il flusso rapido e incessante di persone e possibilità che può elettrizzare o angosciare, a seconda dei giorni.

Non ci sono foto della settimana londinese, proprio perchè non ci sentivamo per niente in vacanza. Appena sbarcati a Heathrow siamo invece immediatamente entrati in hyperactive mode, per adeguarci allo spirito del luogo. H ha incontrato il suo vecchio supervisor e hanno prodotto idee che dovrebbero riempire tre articoli, a suo dire. Io ho avuto la mia intervista di dottorato, che inizierò ufficiamente a ottobre, anche se sono mesi che lavoro al proposal. E' stato un raro momento di gloria, e soprattutto un'opportunità per discutere il mio progetto con persone competenti, interessate e addirittura apparentemente entusiaste. Non che H non abbia fatto del suo meglio per apparire interessato ed entusiasta, ma ho sempre avuto il dubbio che quando gli parlavo del proposal lui facesse codici nella testa.

I Signori Bambini sono stati palleggiati da un genitore all' altro e ovviamente hanno visto più cose in una settimana che nei tre anni in cui hanno vissuto lì.
Nella loro classifica delle London's top tourists' traps: il parco di Peter Pan nei Kensington Gardens; il children's zoo di Battersea, anche se l'animale più esotico è il lemuro; il Natural History Museum, specialmente lo shop; Trotters, dove le parrucchiere ti tagliano i capelli mentre sei distratto a guardare l' enorme acquario, e alla fine puoi avere un lecca lecca e un certificato di buona condotta; gap kids in High Street Ken, così grande e incasinato che a nessuno importa se i bambini si scelgono i vestiti da soli; e la pizza sulla south bank, nel ristorante da cui si può controllare il viavai delle barche sul Tamigi.

Ci manca Londra? No. Non ci tornerei a vivere neanche morta? Non è vero neanche questo. Mixed feelings.


(to be continued)

16.3.11

Sanità ullallà

Insospettabilmente, i Signori Bambini sono amanti degli estemi, à la Manolo. Solo che al free climbing preferiscono le ebbrezze della quotidianità, per esempio sperimentare sulla propria pelle il dibattito sanità pubblica vs sanità privata.

Verdun e Pierrot nascono e crescono a Londra, in balia di un sistema sanitario pubblico che a leggere i titoli del Sun sarebbe in bancarotta da vent' anni; è probabile che sia un'esagerazione, ma di sicuro il proverbiale british understatement viene applicato con una certa spietatezza, anche sui piccoli. Dal parto
("Signora, ha partorito dodici ore fa, è andato tutto bene, adesso può anche andare a casa e lasciare il letto a chi ne ha bisogno"),
al pediatra che è consoderato uno specialista e quindi irragiungibile, alle visite in ambulatorio, altamente scoraggiate dalle inflessibili centraliniste
("Se non ha la febbre più alta di trentanove da almeno quattro giorni, è inutile portarlo qui."
"Nel senso che viene il dottore a casa?"
"No, nel senso che potete comprarvi il paracetamolo da boots senza telefonare e occupare inutilmente la linea."
"Of course.")

Così. Io non sono mai stata visitata da un dottore inglese, per dire, neanche durante le gravidanze che sono del tutto affidate alle temibili midwives. Il medico della mutua ha visto i SB un paio di volte, dove "visto" va inteso non come visitato, ma nell' accezione "dato un' occhiata da sopra il computer in cui stava inserendo i dati, intimando di non ripresentarsi se non fosse successo qualcosa di palesemente grave".
Bisogna dire per completezza che una volta il medico dell' ambulatorio ha regalato a Pierrot un campioncino di soluzione salina per il naso; sfortunatamente, risultava scaduto da un anno. Oh, bel pensiero, però. Non credo neanche che l' avesse fatto apposta.

Poi ti trasferisci ad appena settemila chilometri, e sbatti il naso contro l' estremo opposto. Sbarchiamo negli States ad Ottobre e facciamo l' assicurazione medica: una mezza scommessa sulla salute
"Che copertura scegliamo, alta media o bassa?"
"Mah, siamo giovani e forti, facciamo la media, 'che a far la bassa sembra di gufarsi un po' addosso."
"Vada per la media."
Segue un periodo che verrà ricordato come "Il Miracoloso Inverno Duemilaeundici", in cui l' unico ad ammalarsi è il pater familias, e i Signori Bambini, credendolo in vacanza, vanno a saltare sul letto in cui lui agonizza. Rimpianto generale per non aver puntato sulla copertura bassa.

Poi, domenica scorsa, l' incidente: Pierrot ha qualcosa nel pollice della manina, una scheggia o un pungiglione. La togliamo e il problema sembra risolto, finchè stamattina non si sveglia con il pollice gonfissimo e giallo fosforescente. Ogni tentativo di esaminargli l' arto viene respinto con un ringhio, interpretabile come "Strega! Non azzardarti a toccarmi la manina!".
E' così che finiamo alla Children's Clinic. Quello che, in base alla mie esperienza precedente, immaginavo sarebbe stato un intervento di cinque minuti con un'infermiera che buca il blister e mette un po' di disinfettante, si è trasformato in una visita di quarantacinque minuti, in cui Pierrot è stato visitato da due pediatri, che dopo essersi consultati hanno deciso di non bucare "per non traumatizzarlo", optando invece per una pomata magica che avrebbe dovuto indurre uno sgonfiamento indolore.
Intanto però si sono accorti che Pierrot aveva il naso chiuso, perciò hanno performed un esame di orecchie, naso e bocca completo, con strumenti che i SB non avevano mai visto in vita loro. Inquietati da un apparente eccesso di muco nei bronchi, hanno controllato l' ossigenazione, che è risultata a un livello soglia. Al che hanno proposto di ricoverarlo in osservazione per un paio di giorni.
"Ma io ero venuta per una pustola!"

Rassegnati alla scarsa cooperazione materna, gli hanno prescritto un antibiotico. Si sono un po' insospettiti quando ho dichiarato di non sapere se Pierrot fosse allergico a qualcosa, perchè l' antibiotico non l' ha mai preso - neanche Verdun, a dirla tutta: abbiamo sempre aspettato che passasse, per evitare le occhiate patetiche del british practitioner.
Alla fine abbiamo pagato venti dollari e siamo tornati a casa, con l' antibiotico e la pomata magica, e la promessa di tornare tra due giorni per controllare l ossigeno.
Conclusioni? Pro e contro, di qua e di là del pond. L'ideale sarebbe la cara vecchia via di mezzo, apparentemente irrealizzabile.
La buona notizia è che la pustola gialla si è poi dissolta spontaneamente nel bagnetto (charming, I know). Sollievo generale. La pomata magica dovrà attendere la prossima scheggia.

22.8.10

British Library (continued)


"But I don't want to go among mad people!", Alice remarked.
"Oh, you can't help that", said the Cat: "we're all mad here. I'm mad. You're mad."
"How do you know I'm mad?" said Alice.
"You must be", said the Cat "or you wouldn't have come here."




Nelle reading rooms della British Library regna una pace olimpica, un silenzio assoluto, del tipo che se starnutisci fai sussultare anche quello seduto venti file più avanti. Questo clima monastico è raggiunto grazie a un regolamento ai limiti dell'assurdo, dunque very british, a cui si aderisce solo per via dei servizi eccezionali di cui parlavo nello scorso post. Qui ci sarebbe da aprire una parantesi sull' ossessione degli inglesi per le regole, e sull'ossessione degli italiani per trovare il modo di aggirarle, anche del tutto indiscriminatamente dal loro effetto: ma lasceremo da parte i luoghi comuni per andare dritti dritti al Caso Umano.

Eccomi qua.
Qualche esempio per far capire la brutalità delle regulations:

nelle reading rooms non si puo mangiare nè bere. no, neanche caffè. no, neanche acqua. c'è una fontanella minima fuori in cui tutti si abbeverano come cammelli (non un bello spettacolo, btw)

non si puo masticare cicles. è vero, puo essere fastidioso per il vicino. ma io ho una dipendenza da orbit abbastanza severa. se non rumino per qualche giorno mi viene voglia di fumare, che considerando che non ho mai fumato in vita mia è abbastanza inquietante

non si possono usare penne, evidenziatori, matite colorate, niente. solo matite. that's booooring!

Ora, considerate questa povera tapina, che non riesce a tenere gli occhi aperti perchè il pargolo si è beccato varicella, raffreddore e tosse contemporaneamente; che condivide il letto da una piazza e mezza con altre tre persone perche a casa nostra quando uno è malato ci sentiamo tutti un po' più bisognosi d'affetto; che deve finire di scrivere la tesi ma non riesce a partorire le ultime 2000 parole.

Chiudetela in una stanzone senza finestre con i suoi libri e il pc per otto ore. Si puo pretendere che il soggetto sopravviva senza caffè e cicles, due elementi fondamentali della sua dieta? Si puo chiederle di passare ore sui libri senza scarabocchiarli un po'? Censori della BL, ce l'avete un cuore?

Comunque non stavo neanche usando un evidenziatore: era solo una matitina giallino pallido. Stavo sottolinendo un mio libro. Mi ero guardata intorno prima di tirarla fuori: non ero l' unica, l' avevo visto fare qualche giorno fa da un' altra disperata.
Saranno passati 30 secondi prima che alle mie spalle tuonasse un intimidatorio:

"What is THAT?"

"Uhm...a pencil?"

"This is a coloured pencil. Coloured pencils are not allowed."

Si sono girati tutti: non mi sentivo così da quando ero stata beccata con i bigliettini di scienze sotto il quinterno, circa vent'anni fa. Tralaltro, mentre consegnavo il corpo del reato pensando come ha fatto a vedermi, ho scoperto che i controllori della BL sono anche telepatici, à la Sookie Stackhouse.

"You've been caught by the camera, you know. Anyway, you can have your pencil back when you go home. Ask at the counter."

By the CAMERA?
All'uscita, al counter, indico la matita al controllare, uno diverso, sperando che me la dia senza infierire. Illusa.

"Oh, is that yours? You naughty girl!"

...

15.8.10

British Library


An original idea. That can't be too hard. The library must be full of them." (Stephen Fry)


Capita, al turista a spasso per Londra, di passare davanti alla British Library; in genere è sulla strada per andare a farsi una foto mentre spinge il trolley contro il muro del binario 9 e 3/4 nella stazione di St Pancras, che è proprio dietro l'angolo.
L'architettura maestosamente gotica e davvero fiabesca di St Pancras fa un po' a pugni con quella del palazzo della British Library, che invece ricorda vagamente un edificio del kgb: eccolo qua.



Praticamente una parete di mattoni neanche stuccata, senza balconi, con poche finestre, piccole piccole. Roba che Verdun potrebbe farne un modellino in scala con i duplo in cinque minuti.
L'interno gli è venuto meglio. In effetti, gli è venuto talmente bene da consigliare una visita alla BL, dopo la foto con il trolley di harry potter. Se non altro, per riequilibrare la propria reader self-esteem.


Ora, succede che io stia passando un sacco di tempo alla BL nelle ultime settimane, con la speranza di finire la tesi entro i tempi previsti. Intanto, però, sono in carenza da contatto con i Signori Bambini, esposizione alla luce naturale, e di argomenti più interessanti. Poi, di un posto dove si è passato tanto tempo (c'era anche stato un ciak 1, quando avevo campeggiato qua per scrivere la tesi del BA) si finisce per voler avere un ricordo, fosse anche uno straccio di post. Perciò, BL.

La BL è una delle biblioteche più grandi del mondo, il che essendo a Londra suona quasi ovvio. E' una biblioteca solo di consultazione; compensa il fatto che si può consultare praticamente qualunque cosa scritta in Inglese dalla Magna Carta in poi. Con "qualunque cosa "intendo proprio tutto - libri, riviste accademiche, tabloid, mappe, registri - tutto Shakespeare e tutto Vanity Fair, insomma.
In realtà hanno anche un notevole archivio di materiale non in inglese, piu alcuni manoscritti originali (Alice in Wonderland, canzoni di Beatles, and so on), ma passa un po' in ombra, a causa suppongo del folkloristico understatement.
Questa montagna di carta è custodita in una serie di piani sotterrranei che ricordano vagamente i gironi infernali danteschi. Qualcosa non ci stava e l' hanno dovuto archiviare in un'altra biblioteca nel countryside, così ci possono volere 48 ore per fartela arrivare. Rimane chiaramente un servizio di dimensioni e potenzialità incredibili.

La BL from the inside è il genere di posto che ti fa venir voglia di studiare ad agosto: grandi spazi, estremo silenzio, tutto pulitissimo, organizzatissimo e efficentissimo. E' stata inaugurata dodici anni fa ma sembra tutto nuovo.
Nonostante ci sia un' infinità di posti a sedere, puntualmente intorno alle 11 del mattino compaiono davanti alle sale di lettura i cartelli: "This reading room is now FULL", stile parcheggio multipiano.


Comunque, al di là del valore artistico e archeologico del luogo, un possibile scopo della visita potrebbe essere di tipo antropologico. La tribù dei readers della BL ha le sue proprie leggi, scritte e non scritte.
I criteri estetici ad esempio sono abbastanza peculiari: nessuno guarda in che stato sono i tuoi capelli o che scarpe hai. Nein. Sei invece valutato esclusivamente dal tuo portatile.
Ora, nella nostra famiglia vige una regola per cui quando un qualunque electronic appliance di H diventa obsoleta, magicamente passa in mio possesso, e lui ne compra un modello nuovo.
Perciò, il mio computer fa ridere i chickens. Perciò, nella piramide sociale della BL sono sotto il gradino degli schiavi. Una nullità. Anche nel regno dei nerd, non e una bella sensazione.

In compenso, oggi un tizio seduto accanto a me mi ha chiesto se poteva vedere la mia copia di Pinocchio, giustificandosi con un allarmante: "E così esiste il libro! Credevo l' avesse inventato Walt Disney!". Complesso di superiorità ristabilito. Per ora.



(to be continued)

29.6.10

"Home ripening"

In vacanza i Signori Bambini scoprono la frutta; poi si torna a casa e sono sottoposti a cocenti delusioni. Succede ogni volta che mettiamo piede fuori da Londra, e non perche qui non ne mangino, anzi. E' solo che a Londra la frutta fa pietà. Anche la verdura, a dirla tutta, ma in questa sede ci concentreremo sulla frutta.

Il vero Londoner mangia la frutta solo per via dell' imperativo morale dei 5-a-day; o perchè, solo recentemente, ha capito che la patata non può soddisfare in toto il fabbisogno vitaminico di un uomo; o perchè ha letto qualche volantino allarmistico dell' NHS o un ritaglio del Sun sull'aumento dei casi di rachitismo nella lovely.
Fatto sta che nessuno mangia la frutta perchè è buona, per piacere: infatti, la frutta a Londra è praticamente insapore.

Raccontavo come nell'agriturismo toscano i Signori Bambini avessero fatto alcune scoperte del tipo: le albicocche crescono sugli alberi, sciolte, anzichè germinare spontaneamente in eleganti vaschette sugli scaffali di waitrose.
Ma il vero risvolto esaltante della cosa consiste nella scoperta dell'esistenza di un gusto proprio dell' albicocca, diverso dalla mela, dalla pera, dai pomodori: il fatto che tutta l' ortofrutta proposta da waitrose abbia lo stesso non-sapore non è estendibile su larga scala. Surprise!

Inoltre, chi l 'avrebbe mai detto, esistono diverse fasi nella vita di un'albicocca: verde, matura, marcia. E non hanno tutte esattamente la stessa grandezza, ce ne sono di grandi e piccole: per spiegare l'aspetto rivoluzionario di questa osservazione, ci tocca tirare in ballo ancora una volta Mr waitrose, che vende albicocche di pietra, tutte identiche, nello steso stato di pre-maturazione destinata a non realizzarsi MAI.
Le vaschette di frutta sono infatte taggate da un cartellino che reca l'ambigua scritta "Home ripening": letteralmente "matureremo a casa", praticamente "non solo appariamo come frutta di carta, ma sappiamo proprio di carta. Esiste in effetti una remota chance che una di noi maturi nella tua cucina. Ah-ah. Good luck about that."

Suppongo ci siano dietro ragioni prettamente economiche, dato che "congelando" la frutta in questo stato di non-maturazione vuol dire farla marcire solo molto tardi, e buttarne via meno. Chissà come fanno: la frutta in questione è importata quasi tutta dal sudafrica, dove, come conferma l'amica Mercia di Johannesburg, la frutta è più dolce della cioccolata. I conti non tornano.

L'alternativa ci sarebbe, si chiama Whole Foods, una catena americana di alimentari che ha aperto una sede a Londra - credo l' unica in Europa- un paio d' anni fa: fare la spesa da whole foods è un'esperienza trascendentale. E' tutto perfetto, profumato, pulito, organizzatissimo: c'è l'esperto dei formaggi, l'amico della frutta, il consigliere dei salumi; tutti sorridono come se pagassero per lavorare lì. Purtoppo qui invece i conti tornano benissimo, e il whole foods londinese (a differenza di quello americano), è inaccessibile per le nostre tasche, come del resto per quelle del 99% della popolazione. Solo quando ero incinta andavo apposta a comprare i finocchi, introvabili altrove per metà dell'anno. Ma scaduti i nove mesi, fine delle concessioni (no regrets). Ogni tanto faccio ancora lo stesso un giro a vanvera.

Nello spazio tra una vacanza e l'altra, Verdun si dimentica del doloroso ritorno alla realtà quatidiana: così, tornati dalla Toscana, appena siamo andati al supermercato ha puntato le albicocche locali. Poi, a casa, dopo averne addentata una , mi ha guardata storta e ha dichiarato:

"No aplicot 'etta!"

Come darle torto.

15.6.10

Fauna londinese

Purtroppo, le simpatie di Verdun sono riservate agli animali di pezza. Con quelli veri non ha un gran rapporto. Non che Londra offra granchè in termini di fauna locale, eppure

Verdun ha paura dei cani: quando ne vede uno si irrigidisce e vuole essere presa in braccio a tutti i costi. Temo che abbia percepito la mia ostilità nei confronti della specie canina; a dire il vero, non serve essere proprio dei sensitivi, considerando che quando vedo un cane in genere cambio compulsivamente marciapiede rischiando di essere asfaltata, io, phil&ted e pargoletti. Imputo tutto a un bassotto che mi ha morsa quando avevo quattro anni: mi piacevano i cani, all'epoca, mi ero avvicinata per fargli una carezza. Se non altro, Verdun non corre rischi.

La pargoletta ha anche paura degli scoiattoli. Fa un po' ridere letta così, ma va detto che a Londra gli scoiattoli non sono molto child-friendly: intanto, sono enormi, più che cip e ciop sembrano pantegane con la coda; se si alzano sulle zampette posteriori sono praticamente alti come Verdun.
Di questa fobia posso scaricare la colpa ad H, che durante una passeggiata a kensington ha pensato bene di lasciare che Verdun offrisse una nocciolina a uno scoiattolo, il quale, un po' troppo eager, le ha morso anche due dita: a ognuno il suo trauma infantile.

A Verdun non piacciono neanche i piccioni, ma dato che sono significativamente più piccoli di lei fa la spavalda, e (finchè non si avvicinano troppo) proclama con convinzione: "Pigeon! Go away!", e poi fa la mossa del kung fu panda.

Più ermetica è stata la manifestazione di un'altra fobia.
Capitava di vederla schizzare da una camera all'altra come se la stesse inseguendo qualcuno.

"Verdun, tutto bene?"

"Bi"

"Vuoi dire Si?"

"No, ti. Bi!"

Il genere di conversazione di avrebbe ispirato Mel Brooks.
Comunque, ho poi scoperto la presenza di un moscone, che Verdun chiama Bee, che tecnicamente sarebbe ape ma per lei indica tutta la categoria insetti.

Siamo in partenza per una breve vacanza nell' entroterra toscano, giustificata da fini accademici - ricerca sulla mia tesi su Pinocchio. Cinque giorni in agriturismo, proprio di quelli in mezzo alle vigne e ai frutteti: probabilmente, la cosa più british che abbia mai fatto. Si prevedono sole, secchezza e animali veri, tre cose con cui i SB hanno scarsissima familiarità. Speriamo in bene!

2.6.10

Il cervello di mamma

Si discute, in Genitori Crescono, dell’ opportunità di inserire nel proprio curriculum professionale skills acquisiti attraverso l' esperienza della maternità o della paternità, vedi capacità di multistasking, problem-solving, teamworking, adattabilità a continui stravolgimenti di programma, estrema pazienza, raffinata comunicazione non verbale, capacità di resistere impassibili, per ore, davanti a soggetti ululanti, e avanti all'infinito, volendo.
Non è un idea strana, a pensarci bene: sono davvero abilità che si imparano solo sul campo, e che sono in genere immediatamente applicabili in tanti scenari professionali - mi sembra più significativo, per dire, che "5 anni nel Beinasco FC, ruolo: attaccante" - letto sul serio, qua non si inventa niente!

Il mio percorso è un po’ diverso, perché avendo sempre lavorato con bambini – come insegnante, istruttrice di nuoto, babysitter, organizzatrice di feste di compleanno da Mc Donalds – yes, yes!) certe attitudes and skills erano gia presenti in partenza – almeno sul curriculum : )
Ho comunque un' esperienza molto positiva in merito, che ho voglia di raccontare e di non dimenticare.
Sono rimasta incinta al penultimo anno di università, poi mi sono laureata comunque nei tempi previsti, proprio io che avevo cambiato indirizzo di studi mille volte, mai troppo convinta di stare facendo la cosa giusta: il miracolo è avvenuto in parte grazie ai salti mortali di H, in parte grazie alla presenza di Verdun che mi ha portata a concentrarmi su quello che facevo e a non perdere di vista i motivi per cui studiavo più di quanto non avessi mai fatto prima.
Freschissima di laurea ho iniziato a cercare lavoro. Non avevo scritto sul cv di essere mamma. Non saprei dire perchè, ma l'avevo omesso.
Durante la terza intervista è saltato fuori, in modo del tutto non programmato.
L' intervista aveva toni molto rilassati, le facce della direttrice e vice direttrice erano amichevoli, distese, e così quando mi hanno chiesto quanto pensavo di rimanere nella città in cui viviamo, Londra, io ho risposto: "Almeno qualche anno: mi piace l' idea che mia figlia cresca qui, che assorba quello che questa città ha da offrirle."
Ops. It slipped through.
Da lì abbiamo iniziato a parlare di come la forte presenza di bambini renda questa città un posto migliore, più allegro e vivibile, e di che tipo di vantaggi e svantaggi possano trarre i piccoli dal crescere in una metropoli. E di cosa possa rappresentare la scuola in una realtà come questa, come dovrebbe equipaggiare i propri alunni, quali dovrebbero essere le priorità.
E' andata a finire che sono stata assunta il giorno stesso, con contratto a tempo indeterminato, come insegnante in Year 1, proprio l' età a cui miravo.
Sono abbastanza sicura che Mrs M., la mia direttrice, mamma anche lei di tre ormai grandi, abbia valutato positivamente l' idea che avessi sulle spalle la responsabilità di crescere una figlia, con tutta la gioia, l' ansia, la frenesia e le abilità acquisite di cui sopra che questo comporta.
Le buone sensazioni che avevo avuto durante il colloquio sono poi state confermate, e, con qualche inevitabile ups and downs, la scuola si è rivelata un buon posto dove lavorare, sia in termini di rapporto con la staff che con i bambini.

Ecco qua: mi piace pensare le cose si stiano muovendo in questa direzione, in Inghilterra, in Italia, altrove. So che in realtà il riconoscimento dell'identità di genitore come un valore aggiunto sul mercato del lavoro è un traguardo ancora lontano, ma è importante che si diffonda piano piano una presa di coscenza in merito, sia da parte dei datori di lavoro che degli impiegati.
Non ne sono sicura, ma da quel che sento e leggo mi pare che le cose si stiano muovendo in questo senso. Chiaramente, non aiutano gli interventi alla marystar gelmini, che indicano come soluzione ottimale il ritorno al lavoro dal giorno zero, implicando un giudizio del congedo maternità come tempo perso - che tristezza. Se non altro, la sua intervista ha avuto la conseguenza di suscitare riflessioni in merito molto più equilibrate e – uhm – sensate (“sensible”). Per esempio, questa.

Questo post nasce anche dal fatto che in questo periodo stiamo dicendo addio a una serie di cose : dimissioni dalla scuola, chiusura del contratto con la nursery. Il trasferimento negli States è ormai sempre più reale e vicino, e comincia a prendere forma attraverso queste rinunce, questi piccoli addi: sono giorni un po’ malinconici, carichi di dubbi, nostalgici a priori. Ci sono già passata, cinque anni fa: spaventa, e poi passa. Don’t think twice, it’s all right.

28.5.10

Only 793 days to London 2012

A casa dei miei genitori, nella mia excamera, ora adibita a magazzino, c'è ancora appeso al muro un orsetto di legno, la mascotte delle olimpiadi di Mosca '80, l'anno in cui sono nata. Si chiama Misha, e nonostante la guerra fredda, il boicottaggio, i comunisti che mangiavano i bambini, ha un faccia sorridente, mi ha sempre messo allegria.
Su una mensola nella mia excamera c'è anche lo zio Sam, mascotte di Los Angeles '84 - un pappagallo con la tuba, colorato very bright, disegnato dalla Disney, piuttosto indicativo dell'ottimismo e della non reticenza ad ostentare caratteristica di quegli anni, e di quelle terre. Allo zio Sam è anche legato uno dei miei primissimi ricordi: sono con mia madre e mio padre sulla 500 blu, siamo andate a prenderlo a caselle al ritorno dagli Stati Uniti con la squadra dell'atletica, e mio padre tira fuori il mio regalo, il pappagallo appunto; mia madre ha una pancia enorme, sono i miei ultimi giorni da figlia unica.

Qui si conclude il mio sapere in materia di mascotte olimpiche, perchè quando mia madre è rimasta incinta per la terza volta l'atletica è stata messa da parte e mio padre ha dovuto convergere verso sport che probabilmente lo entusiasmavano meno ma garantivano un po' piu di sicurezza economica a una famiglia ormai discretamente numerosa - stile Homer Simpson che rinuncia a lavorare al bowling quando nasce Maggie - una puntata commovente, a modo suo.

Comunque: erano mascottes carine, senza grosse pretese, pensate per creare un po' di marketing, rappresentare la nazione ospitante, fare tenerezza e magari coinvolgere i bambini. Bon.

Ma veniamo ai giorni nostri: hanno presentato pochi giorni fa le mascottes di London 2012, Wenlock and Mandeville. Les voilà:


"Allora, mio caro muono-occhio: su quale misero, insignificante pianetucolo mia creatura scatenerà sua ira?"

Agghiaccianti. Due polifemi. A parte far paura ai bambini, cosa rappresentano questi due? Londra, con tutte le sue contraddizioni, è un posto assolutamenete unico, nessuno ha pensato di renderle vagamente rilevanti al loco?
Mah. Pare che W&M siano stati commissionati a un'equipe di esperti, e che nessuno abbia osato fargli notare che erano dei mostri.
Stolti. Avrebbero dovuto prendere esempio dalla mia direttrice che l' anno scorso, quando si trattava di rifare il logo della scuola, ha aperto il concorso a tutti, ha finto di valutare tutte le oscenità proposte dai bambini e alla fine il logo l' ha disegnato lei con la mano sinistra. E vissero tutti felici e contenti.

Chiaramente, esistono problemi maggiori. Ma vivendo all' ombra della BT tower, su cui scorre imperterrito il countdown all'inizio delle olimpiadi, si finisce per sentirsi vagamente coinvolti, così volevo esprimere la mia disapprovazione. Non ci siamo: persino il Ciao di Italia'90 era più simpatico...

24.5.10

Antò, fa caldo!

Da qualche tempo la ryanair chiude i voli con un momento di autocelebrazione, squilli di tromba e insulti alle compagnie highcost, del tipo:
Pepperepeppeppèèè! Welcome in London on yet ANOTHER on-time ryanair flight! Our punctuality rating is 99.9%! Take that, "Latehansa"!

Va detto che hanno anche ragione, i voli ryan sono quasi sempre puntuali; per tutto il resto, c' è "Latehansa".

Reduci da un weekend molto allegro in Italia, siamo stati accolti a Londra da un caldo inaspettato, del genere inaspettato anche per il 31 luglio - qui. I locals sono ovviamente impazziti, tutti seminudi nei parchi al fine di ottenere in poche ore la caratteristica sfumatura aragosta. Insieme all' iniziale entusiasmo si avverte però gia una certa tensione: irrigatori accesi tutto il giorno, gente che fa scorte di ventilatori, offertissime da boots sulle creme solari, panico da disidratazione.
L' emergenza caldo non mi allarma. Vivo qua da abbastanza tempo per sapere che non durerà.
Intanto, io in queste temperature mi crogiolo. Il resto della famiglia pare invece aver assorbito influenze very british e non condivide affatto il mio entusiasmo: H è piegato da allergie a pollini varii; Pierrot è sconvolto dallo sbalzo climatico (essendo nato a fine settembre, probabilmente è lì che si chiede: "Cos'è quella palla gialla di luce?") ; Verdun è tesa e imbronciata come in qualunque temperatura.
Oggi siamo usciti, per la prima volta dall' estate scorsa, in maglietta e pantaloncini, e le chiesto: "Non ti piace uscire così, senza giacca, sciarpa e guanti? Sentire l' aria sulla pelle?"
Per tutta risposta ha preso il bicchiere del frappuccino ghiacciato che stavo bevendo e ha cominciato a tamponarsi la fronte e le braccia , scandendo in toni melodrammatici: "Too hot, too hot!". Cannes, arriviamo.

18.5.10

Eyjafjallajokull

H chiama a mezzogiorno per controllare che la famiglia si mantenga operosa e in salute.
Risponde Verdun, ovviamente.
"Heho. Wa wa iu"
(Hello, how are you)

"Ciao, piccoletta! Com'è andata la tua mattinata?

"Sunny day. Rainy day. Sunny day. More rainy day. More sunny day. Mummy not happy." - segue lancio del cordless sotto il divano

(Quando siamo usciti c'era il sole - anche se si gelava. Poi in un nanosecondo sono arrivate delle nuvole enormi e bassissime, e ha iniziato a diluviare. Poi è tornato il sole e siamo andati all'altalena, bagnati. Poi ha ripreso a piovere e ci siamo riparati sotto la tettoia. Poi è tornato di nuovo il sole, ma a quel punto eravamo già sulla via di casa perchè mamma era un tantino esasperata, specialmente all'idea che il cash scarseggia e quindi probabilmente passeremo l' estate qui. A pensarci bene è meglio che non te la passi neanche, 'che la vedo un po' tesa.)

Purtroppo la primavera è ancora un miraggio; del resto, come mi ha fatto notare ai giardinetti l'amico Ben, di professione nanny (scelta di vita originale, no?): "This might very well be as good as it can get", potrebbe benissimo essere il meglio a cui possiamo aspirare in queste latitudini, estate compresa.
Ma non disperiamo - abbiamo degli obiettivi! Siamo infatti sopravvissuti al cupo inverno londinese con in testa l' appuntamento del 22 maggio, data del matrimonio di un caro amico, mio e di H. Si prevede un bel momento: coppia molto allegra, tutti i nostri migliori amici riuniti, nonchè, elemento da non sottovalutare, primo evento sociale in a while in cui non sono incinta/puerpera/allantante, cosa che mi permetterà di sfoggiare qualcosa di vagamente femminile, in alternativa al modello "saio francescano" delle ultime occasioni.

Così, abbiamo in programma un weekend intenso: uscita di casa venerdi alle 3 di notte per prendere il volo delle 6 da Stansted (a presto un post di denuncia sociale contro la ryanair); venerdi pomeriggio vedrò una persona che mi è molto cara che è un po' uscita dal mio radar, per motivi non chiari; sabato, matrimonio; domenica, ragguaglio immediato sull'evento con le mia amiche gallinelle (admittedly, la parte migliore dei matrimoni; tranne in caso si tratti del tuo, ovviamente); lunedi, rientro a Londra.

Insomma, grande impennata di vita sociale: questo genere di weekend mi lascia sempre stravolta, eppure non vedo l'ora. Adesso non ci resta che pregare che il vulcano islandese abbia misericordia di noi.
Con Verdun, abbiamo trascorso buona parte della giornata a contare le scie bianche nel fazzoletto di cielo che ci permettono le nostre finestre: mi sento ottimista (gianni!)

16.5.10

Effelanti

Il bello di vivere a Londra è che dopo un po' - dopo i buddisti tamburellanti in oxford street, le nonnine vestite da topshop e i serissimi manager della city che si fanno la barba in metro - alla fine, dicevo, non ti stupisci più di nulla. Però qualche domanda te la poni ancora, di tanto in tanto.

Per esempio: ai giardinetti sono comparsi da qualche giorno gli Elefanti.

Gli Elefanti non sarebbero altro che una variazione delle piu note Mucche che hanno girato per anni in tutto il mondo - noi la avevamo beccate a Chicago, mi pare- o degli orsi di Berlino. In sostanza, ingombranti modelli 3d dei suddetti animali, all' apparenza plasticosi, replicati a centinaia ma decorati in modo diverso dagli artisti coinvolti nell'iniziativa. A Londra ne hanno piazzati duecentocinquanta - due nel parchetto sotto casa, appunto.

Mah. Avendo Elle mantenuto con persevaranza la media del "cinque al sei" in educazione artistica per cinque anni di liceo, non si azzarda assolutamente a dare giudizi di merito al valore artistico di queste iniziative. In generale, si limita a sperare che non siano state investite troppe risorse dei contribuenti.

Gli Elefanti in questione però non sono semplici opere d' arte, macchè: si tratta di orfanelli in cerca di generosi donatori che li sponsorizzino, in cambio del nome sulla targetta alla base della bestia. Il ricavato di questa geniale iniziativa andrà a un' associazione che ha l'obiettivo di garantire un futuro migliore per l'elefante asiatico.

OK. Anche gli elefanti hanno bisogno di qualcuno che si occupi del loro futuro, suppongo. Mi chiedevo però, in una città dove il credit crunch, la crisi economica, ha colpito secco, specialmente il genere di persone che potevano comprarsi un modellino di cucciolo di elefante in dimensioni naturali, chi mai si sarebbe comprato il pachiderma da salotto.

Le risposte non sono tardate: quello sotto casa (Poppy, per la cronaca: se lo adotti, hai poi il diritto di battezzarlo, giustamente) se lo sono comprati quelli di Farrow&Ball, produttori di tappezzerie e colori da pareti di lusso. Stride un po' come un ossimoro, nel senso che le tappezzeria e lo chic non vanno proprio a braccetto nel mio immaginario. D' altra parte, vivendo in un appartamento arredato in puro stile svedese, non sono nella posizione di esprimere opinioni - again!

E se vendi tappezzerie di lusso, è comprensibile che la tua clientela si aspetti che adotti l'elefante, probabilmente. Altri generosi donatori che ho notato in giro: la società "Amici di Sherlock Holmes" (si sono comprati l'Elefante in baker street), e l' associazione dei sindaci di Londra, London Majors Association, o LMA - questi, con un umorismo assolutamente inaspettato dalla categoria, hanno battezzato l'elefante Ella May.

Non ne sono sicura, ma ho la sensazione che finchè ci sono Elefanti in giro, e qualcuno che ci investe sopra, la crisi non debba essere poi così nera. O forse è solo un virgulto di ottimismo dovuto al fatto che, colorati come sono in modo assurdo, rallegrano un po' queste giornate di maggio molto novembrine. Se non altro, ai SB piacciono moltissimo.





24.4.10

Watching TV: ad memoriam (continued)

Ancora un paio di considerazioni si questi ultimi tre anni passati senza tv.

La prima, è che non mi è mai, proprio mai, mancata. Non ho mai avuto nè voglia nè tempo di accenderla, ed è una cosa che mi ha abbastanza stupito. Sono anche diventata un po' intollerante, nel senso che quando vado a trovare i miei genitori in Italia e la sento accesa, ad esempio mentre si mangia, mi infastidisce parecchio. Ma non dico mai niente, perchè ho mangiato con la tv accesa vent'anni senza fare una piega, quindi è chiaro che è solo questione di abitudine.

La seconda conclusione, che bilancia un po' quanto detto fin qui, è che vivere senza tv in casa nel 2010 non è la scelta radicale che poteva essere venti o forse anche solo dieci anni fa. Quando, per dire, i bambini provenienti da famiglie senza tv sfoggiavano in genere anche terrificanti maglioni fatti a mano dalle madri e come merenda per l' intervallo, al posto del soldino mulino bianco, avevamo una fetta di torta incartata nel domopack - o addirittura un frutto, quasi una blasfemia nei cupi anni '80.
Comunque: un sacco di roba che una volta si sarebbe vista in televisione oggi si può guardare via computer. Nel nostro caso: cartoni animati su you tube (Peppa Pig, Pocoyo e Pimpa rule), film (raramente un INTERO film in una botta sola, troppo sonno arretrato), serie americane (al momento, oltre all'ovvio Lost e al quasi incoffessabile Gossip Girl, siamo infognati con Mad Men), a volte persino puntate di programmi italiani (H, ad esempio, ha una specie di necessità fisiologica di vedere periodicamente Santoro e indignarsi un po').

Resta il fatto che la tv in casa non c'è, il che per una cresciuta a pane e candycandy come me è un turnover abbastanza imprevedibile. Magari non definitivo, ma comunque un' esperienza interessante.
Il tavolino ikea che ospitava il televisore è stato immediatamente occupato da mercanzia varia dei Signori Bambini; all'occorrenza, può trasformarsi in tavolo per disegnare, vagone della metro, cassa di tesco, aereoplano, ristorante chez Verdun. La donzella è un po' carente in vocabolario, ma recupera in immaginazione.

23.4.10

Watching TV: ad memoriam

Sento parlare in giro della National Turn Off Your TV Week, e mi scappa un sorriso pensando al nostro televisore. Me lo immagino in cima a una pila di rottami varii in una discarica nelle Midlands, ma è piu probabile che, nel corrente spirito liberal-green-democrat, sia già stato smantellato, reciclato e trasformato in pratiche lattine di chicken soup with rice. Magari ho un pezzo di tv in frigo, chi può dirlo.

Il televisore infatti l' abbiamo buttato via tre anni fa, proprio nel senso letterale del termine. Una notte, abbiamo atteso l' ora più buia, ci siamo incappucciati stile Macchia Nera (le precauzioni non sono mai troppe! Viviamo in zona congestion charge, praticamente ci sono telecamere ovunque), e l' abbiamo abbandonato vicino ai cassonetti della spazzatura.
Mi rendo conto che sia stato un atto abbastanza vandalico, ma l' alternativa sarebba stata cercare il numero del council, chiamare cinquanta volte prima di trovare la linea libera, farsi mandare il paperwork, mandare la richiesta per l' omino specializzato che avrebbe dovuto chiamarmi per mettersi d' accordo su quando passare... non un'alternativa realistica, insomma.

L' avevamo comprato, quel televisore, pieni di buone intenzioni, appena sbarcati in UK. L' avevamo trovato su ebay per cinque sterline, in pratica avevamo speso di più di metro per andare a recuperarlo. Eravamo finiti in zona cinque, l' ultima fermata della linea nera: all' uscita della stazione la sensazione era piu da villaggio texano abbandonato che da Londra. Avevamo temuto che fosse una presa in giro, invece l' indirizzo era giusto: ci aveva ricevuto un indiana molto anziana, che non aveva nessuna intenzione di provare a parlare inglese - neanche hello, intendo; le anziane indiane possono essere piuttosto radicali in questo.
Comunque, la signora aveva telefonato alla figlia, english speaker e presumibilmente autrice dell'annuncio su ebay. Era seguita una timida contrattazione, del tipo:
"Saremmo venuti a prendere la tv."
"Ah si, potete date le sei sterline a mia madre."
"Ma, veramente su ebay c' era scritto cinque..."
"Ok, allora cinque. Vi serve anche un frigo?

A gesti, l' anziana aveva tentato di comunicarci che erano in vendita svariati altri elettrodomestici - tutto sotto i five pounds - di cui purtroppo non avevamo bisogno; all'epoca, vivevamo in un residence universitario. Un peccato.

Contraddicendo tutte le aspettative, questo gioellino dell' elettronica fece il suo dovere per circa due anni.
Eravamo fuori casa, all' università, praticamente tutto il giorno, ma alla sera spesso accendevamo la tv. Non si trattava di un'attività ludica, o di mettere il cervello in stand by, come quando in italia lasciavo acceso, per dire, su Un posto al sole.
Innanzitutto, perchè qualunque cosa vista in inglese senza sottotitoli richiede concentrazione. Potrei vivere qui per il resto della mia vita, e sono abbastanza sicura che non raggiungerò mai il livello di comprensione immediata che ho in italiano. Perciò anche guardare East Enders, che possiamo appunto paragonare alla soap napoletana, però ambientata nell' East End di Londra, richiede uno sforzo cerebrale probabilmente maggiore di quello richiesto agli autori dei dialoghi. E questo è un pensiero piuttosto fastidioso per un potenziale telespettatore.
Seconda questione: la programmazione. Qualcosa si salva, ovviamente, ma, telegiornali a parte, la stragrande maggioranza del palinsesto delle reti pubbliche (dopo che avevamo comprato la tv per cinque sterline, installare sky sarebbe stato incoerente - nonchè impossibile, visto il modello anni settanta) si divide tra reality show, reality show che coinvolgono celebrities, e gli inquietanti programmi a tema investimenti immobiliari, che sono una fissazione assoluta dell'inglese medio e meritano decisamente un post a parte. Da non dimenticare, per la sezione sport, i tornei di cricket e quelli di freccette - se pensavate che il tennis fosse noiso, think again.

Insomma, anche nella vita pre-Signori Bambini, non eravamo granchè come teledipendenti (questo discorso riguarda strettamente la mia vita in UK; in Italia, al contrario, ho sempre spento il cervello davanti a un sacco di boiate senza troppi ripensamenti).
Poi, con l' arrivo di Verdun, abbiamo smesso definitivamente di accendere la tv: specilamente nel suo primo anno di vita, il tempo libero era devoluto a recuperare un po' di sonno, a studiare o anche solo ad apprezzare il silenzio; guardare la tv era proprio l' ultima cosa che ci passava per la testa.
E così, un po' per creare spazio nel nostro minuscolo flat, un po' per risparmiare sulla bolletta, abbiamo finito per buttarla via.

(to be continued)

17.4.10

Adapt and survive

Rileggendo l' ultimo post, mi sono resa conto che tendo sempre più spesso a chiamare gli oggetti che hanno a che fare con i Signori Bambini per nome: ne parlo come se fossero i miei migliori amici, praticamente li ho antromorpofizzati. Pessimo segno.
(ricordo di aver sentito tempo fa qualcuno dire: "You do not become an infant just because you have one"; chiaramente, era un qualcuno senza prole)
Comunque, nel caso del phil & ted, il doppio passeggino ritratto nell'ultima foto, tanto entusiasmo è quasi giustificato. Mi spiego.

C' era una volta un'antica civiltà in cui, quando nasceva un bambino, il fratello maggiore veniva scalzato dal passeggino senza troppi complimenti per fare posto alla nuova creatura. A quel punto non gli rimaneva che arrangiarsi a trovare un modo di muoversi autonomamente, camminando, correndo, strisciando, and so on. Così andò, ad esempio, per i miei fratelli, che hanno due anni e tre mesi di differenza.

Tra Verdun e Pierrot passa lo steso intervallo di tempo: tuttavia, Verdun è figlia dei suoi tempi, cresciuta nella metropoli, figlia di due disperati che, avendo rinunciato alla macchiana, si ritrovano a percorrere a piedi distanze notevoli; e soprattutto, è estremamente pigra, e testarda come un mulo.
Quando ero incinta e cercavo di immaginarmi in giro per Londra con i pargoli, mi sono resa conto che le probabilità di ritrovarmi con Pierrot sul passeggino e Verdun piantata in mezzo al marciapiede perchè non voleva piu camminare erano piuttosto alte, così ho ceduto all'acquisto del doppio passeggino.

Esistono tre tipi di doppio passeggino. Ma non è stata una scelta difficile, perchè:
- quello con due passeggini attaccati uno di fianco all'altro non permette un ingresso rapido ed elegante da starbucks, che è praticamente la nostra seconda casa
- quello con due passeggini attaccati in fila, uno dietro l' altro, mi inquieta solo a guardarlo, perchè attenta come sono, al primo semaforo mi sarei dimenticata di avere 'sta locomotiva davanti e mi sarei fatta tranciare via almeno un figlio dal primo bus di passaggio
-non restava quindi che l' opzione 3: quello con due seggiolini uno sopra e uno sotto, modello brevettato da due neozelandesi, phil & ted, appunto, che possiamo ragionevolmente supporre plurimiliardarii.

Il phil & ted costa una barca di soldi; praticamente, per dare un senso alla spesa dovrei fare altri cinque figli. Eppure qui a Londra, dove far figli molto vicini sembra sia piuttosto trendy, a guardarsi in giro nei parchi, di phil & ted se ne vedono un infinità.
La spiegazione è abbastanza semplice: il marketing di questa simpatica coppia di neozelandesi - kiwi li chiamano qui (?) - si basa sul fatto che quando hai due bambini in età da passeggino saresti pronto a sborsare praticamente qualunque cifra in cambio di qulacosa che ti renda più facile la vita, e, in particolare, il trasporto della prole.
E la loro idea funziona, funziona bene. Il passeggino può apparire ingombrante, ma è leggero e ultra maneggevole. Si piega facilmente, attccare il telo antipioggia è facile, insomma, un passeggino for dummies.
Chiaramente il fratello piccolo, nel nostro caso il giovane Pierrot, crescerà con una visione del mondo periferica. Ma essendo appunto nato per secondo, ha già capito di essere destinato a sviluppare una certa capacità di adattamento alla situazione che magari a Verdun non era richiesta. C'est la vie.
Del resto, il motto del brand phil & ted è "Adapt and Survive". Forse è questo che mi ha convinto più di tutto: se non altro, sono nello spirito giusto. Adattamento e sopravvivenza credo siano un po' le linee guida di qualunque famiglia con bimbi piccoli - e non sono sicura che col tempo la situazione diventi più facile. Intanto, lunga vita a phil & ted.

8.4.10

(Health) visitors (continued)

Raccontavo nel post precedente che la missione segreta dell' health visitor, simpatica figura professionale very british a metà strada tra l' infermiere e l' assistente sociale, è controllare che la giovane madre non covi tendenze suicide.
Dopo due settimane di agguati a domicilio con falsi pretesti di controlli neonatali, all' ultima visita l' health visitor si toglie la maschera e sottopone la puerpera a un test della depressione basato su domande del tipo: quante volte hai pianto negli ultimi giorni, per quante ore, descrivi il tipo di pianto...
Quando Obi (il nostro health visitor) mi ha interrogata per la prima volta, dopo la nascita di Verdun, ho pensato che si riferisse alla bambina, non a me, cosi abbiamo dovuto ricominciare daccapo.
Mi sembrava assurdo che indagasse su quanto piangessi IO: Verdun deve il suo nome al fatto che ha passato i suoi primi tre mesi di vita a urlare in continuazione, ci mancava solo che mi mettessi a piangere anche io. Poi, leggendo di qua e di là, ho scoperto che esiste effettivamente una situazione puttosto diffusa di malessere/depressione/babyblues post-parto, quindi probabilmente è un bene che ci sia un servizio del genere offerto a chi ha bisogno di sostegno.
Solo che io non ne ho avuto bisogno. Spero di non attirare troppa sfortuna scrivendolo, ma a me la depressione post-parto non è mai venuta. All'arrivo di Verdun, e di nuovo dopo quello di Pierrot, è seguita una sensazione di estrema euforia, come quella della mattina del 25 dicembre quando ero bambina appena prima di aprire i regali,o quella, tipica di un periodo successivo, degli innamoramenti fulminanti; poi, piano piano, con gli inevitabili alti e bassi, siamo scivolati in una pseudo-routine, e l' euforia si e attenuata - spenta no, però.
Comunque, per questo motivo gli health visitors mi hanno sempre guardata con sospetto e fastidio: pare che ormai il mito dei babyblues sia così diffuso che se non sei emotivamente distrutta entro il secondo mese di vita del bebè , forse non stai facendo le cose come si deve. Così ho finito per infastidirmi a mia volta: ora, io dopo la nascita dei pargoletti sono rimasta generalmente abbastanza su di morale, però le insicurezze non mi sono mancate, e lo sguardo torvo di Obi ha generato ansia e tensione, cose che sostanzialmente la sua categoria professionale è pagata per evitare. Conclusione: se troverò l' energia per riprodurmi ancora, non succederà in UK. Amen.

(Gordon, se stai leggendo questo post dovresti scorgere tra le righe un suggerimento per il risanamento della spesa pubblica che passerebbe quasi inosservato. Tranne che a Obi e compagne, ovviamente. )

6.4.10

(Health) visitors

Uno dei temi proposti dall'iniziativa "Mamma che ridere" riguarda lo stormo di visitatori inopportuni che sono in genere corollario inevitabile alla nascita dei pargoletti. Quando però partorisci a mille km da parenti e amici, la situazione è un po' particolare.
Nel nostro caso, i potenziali visitatori hanno ascoltato il nostro invito a tenersi alla larga per i primi due mesi, intervallo di tempo minimo perchè la famiglia si adattasse ai ritmi della new entry. Tuttavia, anche noi siamo stati oggetto della piaga del visitatore indesiderato nella forma degli health visitors.

Prima di emigare in UK, gli unici visitors di cui ero a conoscenza erano quelli di una serie fantascientifica anni '80 che mi era proibito guardare, perchè si temevano incubi notturni e incursioni nel letto dei genitori. A vederli adesso fanno quasi tenerezza, ma all' epoca erano considerati l' apoteosi dell' horror, e io comunque ero in zona scuola materna, quindi relativamente facilmente impressionabile.
Poi a Londra, vent' anni dopo, ho scoperto questo genere di visitors ben più inquietanti: gli health visitors, appunto. Trattasi di infermieri specializzati in community care, una sorta di ibrido tra l' operatore sanitario e l' assistente sociale. Non lavorano in ospedale o in ambulatorio, ma ti piombano direttamente in casa per i controlli più assurdi. Il 90% di quello che dicono sono ovvietà imbarazzanti - il resto non si capisce. Il grosso del loro lavoro sta nel distribuire volantini informativi e compilare dossier custoditi dio sa dove. L' avevo detto che questi facevano paura sul serio.

La piaga degli health visitors colpisce in particolare le puerpere: il sistema sanitario inglese prevede infatti la dimissione ospedaliera dodici ore dopo il parto (abbastanza terrificante, soprettutto in caso di figlio numero uno), seguita da controlli dell' health visitor a domicilio ogni tre giorni per le seguenti due settimane.
L' health visitor è in genere donna, nera e gigantesca. Arranca sulla scala a chiocciola che conduce al tuo appartamento, ed entra in casa con un incoraggiante: "Hello. Questa NON è certo e la casa ideale per un bambino."
L'health visitor, che nel nostro caso si chima Obi Anobi (non è un nome d'arte), si piazza in salotto con l' apparente intenzione di discutere i progrssi del bambino, pesarlo, controllare come lo nutri , come lo metti a dormire, come lo cambi, offrire sostegno e incoraggiamento con frasi del tipo: "Sono davveri felice di vedere come sei brava a cambiare i pannolino" ("I am really pleased to see how confident you are in changing her nappy" - giuro, ci mancava solo che mi desse uno sticker con scritto Well done mummy!)

Comunque si tratta solo di una copertura: la sua missione segreta - ma non troppo- è controllare che la madre non covi tendenze suicide.
(to be continued)

31.3.10

Meglio assecondarla

Ancora sul confronto con le altre mamme: qui a Londra - come, suppongo, in ogni altra metropoli cattiva, affannata e incasinata che si rispetti - dilaga la mania dei corsi fatti CON i propri figli. Proprio così: la creatura non si manda più a nuoto o a musica, in modo da avere due ore di respiro, macchè: bisogna buttarsi in acqua con lei, infangarsi giocando a calcio, shakerare maracas con convinzione.
Se poi la creatura è femmina, la madre ha praticamente l' obbligo morale di spendere con lei del quality time facendo shopping, andando dal parrucchiere, frequentando corsi di cucina, giardinaggio, baby pilates...

E ' abbastanza evidente che si tratta di un'idea assurda. A una bambina di tre anni tutto quello che serve è una mamma che si sieda per terra a giocare con lei dimenticandosi delle altre diecimila cose da fare. Eppure, pressure is on, ed il senso di colpa per il mancato raggiungimento degli standars dettati delle mamme locali giace nell'ombra.

Così sabato scorso ho deciso di dedicare il pomeriggio esclusivamente a Verdun, lasciando soli gli uomini di casa a divertirsi insieme (leggi dormire).
Il programma era il seguente: gita alla biblioteca locale per partecipare a un'attività per piccoli, tappa cappuccino e cantuccino da starbucks, veloce commissione da boots, che sarebbe la farmacia.
Io all' idea di passare il pomeriggio only girls ero chiaramente sovraecciatata da giorni. Anche Verdun appariva abbastanza entusiasta, inizialmente. Già.
Non avevamo tenuto conto di alcune variabili tipiche londinesi: la pioggia continua, la metro strapiena, la calca umana su oxford street, la bambina che le ha soffiato il libro dei teletubbies che aveva puntato alla library, il salto in farmacia che è diventato una deviazione di un' ora a causa tre linee della metro sospese per lavori.
Insomma, sono arrivata a casa la sera stravolta. Verdun era appena un po' più in forma, ma del resto sono io che ho tenuto in braccio lei, non viceversa.

Alle sette e mezza, in perfetta sincronia con la pasta appena scolata, chiama la nonna, con il sempre più palese intento di accertarsi che la nipote si mantenga in salute nonostante l' incompetenza dei genitori.

Risponde Verdun, ovviamente:
"Heho. Wa wa iu."
(Hello. How are you. - proprio così, zero intonazione: sooo british)

"Ciao! Mi riconosci? Sono la nonna! Non mi dici ciao? Stai mangiando? Cosa stai mangiando? E tuo fratello dov' è? Che fa? Ha già mangiato lui? A cosa stavi giocando? Quando vieni a trovarmi? Cosa hai fatto oggi di bello?..."

Verdun (approfottando di una pausa della nonna per riprendere fiato):
"Metro. 'aibrari. Babucks. Metro. Boots. More metro. Cà. Bom."
(Metro. Library. Starbucks. Metro. Ancora metro. Casa. Fine delle danze.)
Non so se meravigliarmi di più per la sua prodigiosa memoria, la prodigiosa scarsità di vocabolario, o la secchezza con cui la sequenza degli eventi è stata comunicata - sottinteso, ma abbastanza esplicito nel tono: Avrei preferito di gran lunga stare a casa a giocare con il lego, ma sembrava che mamma ci tenesse parecchio.

Grazie Verdun, perche a due anni e mezzo hai capito che la mamma, anche se a volte si sente un po' incerta e inadeguata, cerca sempre di fare del suo meglio, e perciò ogni tanto va assecondata, anche con palese condiscendenza. Se non altro, stritolate nella metro ci siamo coccolate tanto .

Nella foto: Verdun gioca alla metro: si infila in una scatola, stritolata fra le sue bambole, ricreando fedelmente l' ambiente del Tube nell'ora di punta. Notare la Oyster (l' abbonamento della metro) pronta in mano, da vera pendolare. Such a pro.



29.3.10

Sleep is for the weak

Per me i temi "Confronto con le altre madri" e "Deprivazione di sonno" vanno strettamente a braccetto. Nei parcogiochi londinesi è infatti abbastanza tipico assistere al seguente scambio di opinioni:

"Ieri sera Olivia non si addormentata fino alle sei e mezza! Stavo impazzendo!"
"Oh, darling! Come sei sopravvissuta?"
"E' stata durissima. Da quando è nata si è sempre addormentata alle six o'clock. Comunque, l 'ho mollata alla nanny filippina."

Sentire queste conversazioni mi abbatte tantissimo. Voglio sapere dove, dove ho sbagliato. Perchè in effetti la maggior parte dei bimbi inglesi hanno un tea (una cena leggera, diciamo) alle cinque, poi bagnetto, bedtime story e arrivederci a domani.

Invece Verdun a Pierrot, fedeli alle loro origini, hanno rigettato da subito il modello anglosassone per aderire a un più mediterraneo "la mamma la mettiamo a letto noi". Non importa a che ore si sveglino al mattino, quanto dormano al pomeriggio, se passiamo la giornata in casa o a scorrazzare ai giardini, gli sciagurati non si addormentano mai prima delle nove e mezza, e si svegliano all'alba.

Questo dell' insonnia è chiaramente un gene che si esprime ogni due generazioni, in quanto anche mio padre, almeno da quando lo conosco, non ha mai dormito più di cinque ore per notte, senza dare segni evidenti di squilibrio, tranne un po' di noia a causa di tutto tempo in più che ha a diposizione rispetto alla massa.
Io invece ho sempre avuto il problema opposto: per funzionare bene, dovrei dormire 19 ore al giorno, come i koala.
Il piccolo Pierrot, su cui avevo riposto grandi speranze, si è subito adeguato ai ritmi della sorella: dorme un'ora al pomeriggio, e la notte dalle 9 emezza alle 6 e mezza. Come un adulto. Come un normadulto, per la precisione.

Come ci collochiamo io e la mia sindrome del koala in mezzo a queste due generazioni di gufi?
Una volta ho provato ad accennare alle nostre abitudini a una mamma indigena, ma mi ha risposto super-allarmata: "Guarda che i bambini devono seguire ritmi più naturali, il cervello ha bisogno di pause più lunghe, così li stressi tantissimo..."
Mah. A me sembrano abbastanza in forma i miei Signori Bambini.
"...E poi tu come fai a trovare il tempo per tutto il resto, a che ora vai a dormire, sarai uno straccio tutto il giorno..."
Contrariamente a tutte le conclusioni logiche, invece, sono relativamente pimpante. Evidentemente, ci si adatta a tutto. Il mix caffè e Lindt Dark 85% crea assuefazione, ma aiuta parecchio.


Il Mago Zurlì, del resto, profetizzava:

Ninna nanna mamma,
tienimi con te:
nel tuo letto grande
solo per un po’,
una ninna-nanna io ti canterò
e se ti addormenti, mi addormenterò

Ninna nanna mamma
insalata non ce n’è
sette le scodelle sulla tavola del re
ninna nanna mamma ce n’è una anche per te
dentro cosa c’è
solo un chicco di caffè

Dormono le case,
dorme la città,
solo l’orologio
suona e fa tic tac:
anche la formica
si riposa ormai,
ma tu sei la mamma
e non dormi MAI

Ninna nanna mamma
insalata non ce n’è
sette le scodelle sulla tavola del re
ninna nanna mamma ce n’è una anche per te
dentro cosa c’è
solo un chicco di caffè

Quando sarò grande
comprerò per te
tante cose belle
come fai per me:
chiudi gli occhi e sogna
quello che non hai,
i tuoi sogni poi
mi racconterai

Ninna nanna mamma
insalata non ce n’è
sette i piatti d’oro sulla tavola del re
ninna nanna mamma ce n’è una anche per te:
ci mettiamo su
tutto quello che vuoi tu,
ci mettiamo su
tutto quello che vuoi tu




19.3.10

Bend it like Beckam

Mio padre è stato a Londra un paio di giorni per lavoro, ed è scoppiata la primavera: cielo azzurro, quindici gradi, scoiattoli scatenati dal caldo inatteso, improbabile anche per luglio.

Considerando che ogni volta che ci sentiamo al telefono non faccio altro che lamentarmi delle temperature polari di Londra, questo timido accenno di global warming avrà confermato l' idea che mio padre ha di me quale meteropatica, inaffidabile e tendenzialmete psicotica. Pace.



Nel bel mezzo di questa primavera anticipata, Verdun ha partecipato alla sua prima lezione di calcio. Era una specia di lezione di prova, anzi, salta fuori che era una cosa organizzata dal Westminster Borough per bambini meno abbienti; va notato che siamo finiti nella lista dei prescelti un giorno in cui H ha portato Verdun a giocare alla ludoteca locale, il che forse dovrebbe dirmi qualcosa su in che stato escono in mia assenza...



Sorvoliamo. Se non altro abbiamo partecipato a questa lezione di calcio gratis (scopro poi sul website dell'organizzazione che la quota è di modiche dodici sterline a lezione).



Location della lezione: Hyde Park, proprio in mezzo al park, che tanto lo spazio non manca.
Presenti: dieci unità toddler-genitore, due allenatori, mini-palloni, mini-reti, conetti e cinesini.

Gli allenatori presentano l' andatura e la fioritura di brufoli tipici della tardoadolescenza, e dicono di voler essere chiamati coach K e coach T. I genitori sorvolano su quest'evidente identificazione con i protagonisti di men in black; i toddlers, se capissero, probabilmente empatizzerebbero (Verdun, ad esempio, al momento dichiara di chiamarsi Peppa Pig).


La lezione procede: ovviamente parlare di calcio è un po' un overstatement, ma i piccoli sembrano divertirsi parecchio: scorrazzano, spostano birilli, tirano calci, soprattutto a vuoto. Il clou sono, ovviamente, i tiri in porta: i bambini sarebbero supposti prendere una rincorsa di cinquanta metri per calciare una palla posizionata strategicamente a trenta centimetri dalla rete. Sfortunatamente, il giovane Joseph si distrae durante la spiegazione del coach K e, anzichè fermarsi a calciare la palla, continua la sua rincorsa dritto verso i cancelli del parco, proprio stile Forrest Gump. Verrà poi recuperato dal genitore e portato via nel disdegno generale. Coach K commenta, lapidario: "He didn't listen to instructions".



La lezione si conclude con alcuni esercizi di defaticamento (!) e distribuzione a manetta di stickers. Verdun è in estasi. Tenta di portarsi a casa la palla. Per tutto il resto della giornata calcia tutto quello che trova per terra, fratello compreso, credendosi Alessandro Del Piero. Col senno di poi, in effetti, si sarebbe potuto schierarla contro il Fulham. Alas, too late!



My father spent a couple of days in London for work, and very suddenly it was spring! Bright blue sky, fifteen degrees, squirrels in Kensington Gardens puzzled by the unusual weather - the kind of weather that would still be unusual in July, in London.

Considering that I spend most of my phone calls complaining about the horrible London weather, this timid hint of global warming will probably end up reinforcing dad's image of his dear daughter as metereopathic, unreliable and vaguely mad. Whatever.



In the mist of this sudden spring, Verdun has attended her first football session. It was actually a trial session; oh well, to be perfectly honest it was a session organised by Westminster Borough for, uhm, not very well-off children ; we endede up in the list of the not well -offs the day when H brought Verdun to play at the local playcentre, which should tell me something about the way they look when they go for an outing in my absence...

Anyway. If anything, we attended the lesson for free - I have just discovered on the website of the organisation that it normally costs twelve pounds par session!


Back to the lesson. Location: Hyde Park, right in the middle of the park, one of the few places in London where space is not an issue.

Cast: ten toddler-parent units, two coaches, mini-balls, mini-goals, various spare football material.

Both the coaches display the allure and the abundance of pimples typical of the late adolescence, and want to be called Coach K and Coach T. The attending parents try really hard to ignore their identification-with-men-in-black-characters issue. The toddlers would probably emphatise, if they could understand (Verdun, for example, currently wants to be addressed as Peppa Pig).



The session goes on: obviously talking about football is a bit of an overstatement here, but it looks like the kids are really having fun: they are running, jumping, rolling, kicking, mostly in the air, but they still seem very satisfied. The climax comes, of course, with the "penalties": children are supposed to run for 50 metres to kick a ball strategacally placed at thirty centimetres from the goal.
Unfortunately, young Joseph is distracted during Coach K' s explanation, so when his moments comes, instead of stopping to kick the ball, he keeps on running towards the park gates, very Forrest Gump style. His dad runs after him, while Coach K comments, lapidary, "He didn't listen to my instructions ". Shame on him.



The session ends with some cool down exercises (!) and random distribution of stickers. Verdun is estatic. She even tries to steal a ball from Coach K himself. For the rest of the day, she kicks everything that happens to be at her feet level, little brother included, believeng to be Alessandro Del Piero. She could as well have been sent on the grounds against Fulham. Alas, too late!