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28.9.13

A volte al supermercato faccio finta di non conoscerli


"Can we buy those peaches?"

"They are not peaches, Pietrooo. They are plums."

"Mmpf! Sgrunt! I want to call them "black peaches"!"

"Then you are wrong. They don't look like peaches. They don't even taste like peaches."

"Stop saying that! You are arrabbying me!"

"No, you are arrabbying me!"

"I don't like you! I will never play with you again! "

"And I am not your sister anymore!"

"Roarrr! Mamma! Cate is fastidio! Mam... Hey, where is mamma?"

 (Nascosta dietro il banco formaggi)

11.3.13

Mind your words

A tavola per cena, a pochi giorni dalla partenza di H per Parigi.
Il capofamiglia discute i dettagli del vaiggio nella totale indifferenza dei pargoli, dediti piuttosto alla conta delle farfalle nel piatto, per controllare che l'altro non ne abbia di piu'.

"... Ah, prima che parta, dobbiamo andare a Santa Fe a comprare un trolley."
Forchette si bloccano a mezz' asta.
"We are going to get a TROLLEY?"

Trolley: 1.a cart or wheeled stand used for conveying something


Trolley: 2. a streetcar




24.12.12

C'e' posta per Te



Caro Gezoo Bamino

per natale vorey

dolll has
bat too too
triky puz

{Trascrizione fedele dell'originale letterina di Verdun. Per i non esperti in tentative spelling, la lista include una casetta delle bambole, un tutu da ballerina e un puzzle difficile}


Caro Gesu' Bambino

per Natale vorrei

trains
trucks
airplane
police helicopter
fire engine
books about trains, trucks, airplanes, police helicopters and fire engines

anche uno fire engine per mio baby brother

{Lettera di Pierrot, dettata e quotidianamente aggiornata nel corso delle ultime due settimane. Come ha riassunto brillantemente l'amica J., "Being three is all about Law and Order and the Industrial Revolution". L'apparente slancio di generosita' nei confronti del fratellino non e' stato esattamente spontaneo}

 
Caro GB
 
abbiamo bisogno di una vacanza. Signori Bambini all included, si capisce. Ridefiniamola "un cambiamento di scenario". Noi abbiamo gia' prenotato l'aereo per San Diego, un hotel downtown e i biglietti per lo Zoo e il Seaworld. Al resto pensaci tu. Grazie, Elle e H

 
Merry Christmas, folks!


17.2.12

Non sarò certo io a correggervi

Pierrot al parco sull' altelena
"Cos'è questo noise?"
"L' altelena che cigola."
"Allora bisogna mettere un po' di sale e olio!"
"Sale e olio?"
"Yes! Nooo sugo: quello solo sulla pasta! Ahahaha..."


I SB e H giocano al big vegeterian wolf, aka il lupo mangiafrutta
"Run, daddy! Run for your wife!"
"You mean "run for your life"?"
"Run for your LIFE? Thant doesn't make any sense! Silly daddy..."


Seduti a tavola per cena, bussa qualcuno
Pierrot, chiaramente infastidito dall'interruzione:
"Chi è ? Uno robber?"


In partenza per Santa Fe
"Oggi andiamo da Wolf Foods?"
"Whole Foods."
"E' quello che ho dicio io: Wolf Foods. Si chiama così perchè c' è un big bad wolf, però tu non l'hai mai visto."
(questo purtroppo è direttamente riconducibile alla mia pigrizia nella pronuncia dei fonemi w e h, specialmente uno dietro l' altro - shame on me)


Sottoposti alla classica inchiesta:
"So, what are you guys going to be when you grow up?"
Pierrot: "I fireman. I big. I fast. I drive fire engine. Roarrrr!"
Verdun, guardando altrove: "I am going to be dentist and a witch."
A giorni alterni, hopefully.


19.2.11

Born to be Abramo

Lunedi prossimo è festa nazionale: il Presidents' Day. La data, da quanto ho capito, è stata stabilita un po' a casaccio, inizialmente per ricordare i compleanni di Washington e Lincoln, poi col tempo è diventata un' occasione per celebrare tutti i presidenti degli Stati Uniti. Si fa sul serio, comunque: scuole chiuse, H a casa dal laboratorio, tante bandierine a stelle e strisce.

Nella zona bambini della biblioteca ci sono i disegni da colorare con le facce dei presidenti più famosi, e l' espositore è pieno di libri sulla storia americana e autobiografie di uomini politici.
Mi sono ritrovata stamattina a contemplare il display con mixed feelings: in parte affascinata da tanto entusiasmo per la propria storia nazionale, in parte scettica riguardo all' apparente scarso approccio critico, in parte vergognosa della mia ignoranza in materia di storia americana, lacuna da colmare al più presto. Poi ci sarebbe il confronto impossibile con il modo italiano di percepire e ricordare il proprio passato storico e politico, ma questo è il genere di domande che apre voragini di questioni.

Per fortuna arrivano i bambini "second generation" della mia amica italiana a fare un po' di chiarezza. Il piccolo, due anni, prende un librone con Washington in copertina e chiede alla mamma:
"Chi è quetto?"

"Mmm...un presidente."

Interviene il fratello grande, cinque anni, prima elementare:
"Si mamma, ma è soprattutto un eroe!"

Il piccolo, visibly impressed , dice "Oh!" e dà un bacino al disegno di Washington.
Verdun osserva registrando per bene, ancora un po' incerta su quale sia la domanda da fare.
Onde evitare ulteriori richeste di approfondimento, i bambini vengono dirottati sul parcogiochi fuori dalla biblioteca. Verdun però prima di uscire afferra un disegno di Lincoln che colorerà a casa in stile Warhol, commentando:
"Assomiglia un po' a nonno"

Happy birthday Abe!


6.11.10

Spietata spontaneità

Prima di andare a vivere con H, condividevo un appartamento a Torino con altre quattro persone. Ho, degli anni passati in quella casa, molti ricordi belli, legati all' intimità speciale che si era creata con le mie coinquiline e ad alcuni momenti che mi hanno fatta ridere fino alle lacrime (mi fanno ancora ridere, in realtà, in genere quando sono sovrappensiero in situazioni totalmente inopportune...).
Unico aspetto negativo della casa di Torino era la metratura: era un appartamento grande grande grande. Il che tornava comodo quando c'era da far festa, e un po' meno quando c'erano da fare le pulizie. Non è che pulissimo granchè, ma il turno mensile appariva all'epoca estremamente gravoso. Quando toccava a me, puntualmente blateravo di quando sarei diventata una casalinga di lusso con tre cameriere sudamericane ad occuparsi della mia magione. Le mie colf immaginarie avevano anche dei nomi: si chiamavano Maria Carmela, Maria Dolores e Maria Maria.
Ora, è ormai chiaro che lo status quo di casalinga di lusso non è raggiungibile per questa vita. Tuttavia, in questa breve parentesi nel bed&breakfast newmexicano, in attesa di trasferirci nella casa nuova, si è materializzata Maria Dolores: è stato come incontrare il topino dei denti.

Maria Dolores è un signora messicana, sulla cinquantina, con lo sguardo dolce e un sorriso sempre pronto per i Signori Bambini, anche quando entrano con le scarpe piene di terra sui pavimenti su cui lei ha appena passato l'aspirapolvere. Tutte le mattine viene a pulire le nostre stanze e a rifare i letti - non il genere "tiro su il sacco del piumino-ho rifatto il letto", proprio un letto come si deve, con lenzuola, risvolto, doppi cuscini e tutto.Fino ad oggi le nostre conversazioni si erano limitate a ola-ola e sorrisi amichevoli. Stamattina però le avrei voluto chiedere di tornare un po' più tardi, perchè ieri sera i SB sono stati in piedi fino a ore improponibili per aspettare il papà che tornava dall' Arizona con un camion carico di mobili.

E' così che ho scoperto che Maria Dolores non parla una parola di inglese. Zero assoluto. Non solo, era divertitissima dal fatto che io non parlassi spagnolo.

"No habla espagnol?"

"Nope."

"Nada?"

"Nada de nada."

"Hahahahahahaha!"

Hey. La proverbiale spontaneità messicana può anche ferire.

Ho finito per comunicare in italiano aggiungendo s a casaccio - "dos el ramasos", anyone? Mi sono fatta capire, insomma, ma non è stato un momento brillante. Uno pensa, parlo inglese, è un passepartout universale: è tempo di ripensarci. Seconda good resolution per la vita a Los Alamos: imparare lo spagnolo.

22.8.10

British Library (continued)


"But I don't want to go among mad people!", Alice remarked.
"Oh, you can't help that", said the Cat: "we're all mad here. I'm mad. You're mad."
"How do you know I'm mad?" said Alice.
"You must be", said the Cat "or you wouldn't have come here."




Nelle reading rooms della British Library regna una pace olimpica, un silenzio assoluto, del tipo che se starnutisci fai sussultare anche quello seduto venti file più avanti. Questo clima monastico è raggiunto grazie a un regolamento ai limiti dell'assurdo, dunque very british, a cui si aderisce solo per via dei servizi eccezionali di cui parlavo nello scorso post. Qui ci sarebbe da aprire una parantesi sull' ossessione degli inglesi per le regole, e sull'ossessione degli italiani per trovare il modo di aggirarle, anche del tutto indiscriminatamente dal loro effetto: ma lasceremo da parte i luoghi comuni per andare dritti dritti al Caso Umano.

Eccomi qua.
Qualche esempio per far capire la brutalità delle regulations:

nelle reading rooms non si puo mangiare nè bere. no, neanche caffè. no, neanche acqua. c'è una fontanella minima fuori in cui tutti si abbeverano come cammelli (non un bello spettacolo, btw)

non si puo masticare cicles. è vero, puo essere fastidioso per il vicino. ma io ho una dipendenza da orbit abbastanza severa. se non rumino per qualche giorno mi viene voglia di fumare, che considerando che non ho mai fumato in vita mia è abbastanza inquietante

non si possono usare penne, evidenziatori, matite colorate, niente. solo matite. that's booooring!

Ora, considerate questa povera tapina, che non riesce a tenere gli occhi aperti perchè il pargolo si è beccato varicella, raffreddore e tosse contemporaneamente; che condivide il letto da una piazza e mezza con altre tre persone perche a casa nostra quando uno è malato ci sentiamo tutti un po' più bisognosi d'affetto; che deve finire di scrivere la tesi ma non riesce a partorire le ultime 2000 parole.

Chiudetela in una stanzone senza finestre con i suoi libri e il pc per otto ore. Si puo pretendere che il soggetto sopravviva senza caffè e cicles, due elementi fondamentali della sua dieta? Si puo chiederle di passare ore sui libri senza scarabocchiarli un po'? Censori della BL, ce l'avete un cuore?

Comunque non stavo neanche usando un evidenziatore: era solo una matitina giallino pallido. Stavo sottolinendo un mio libro. Mi ero guardata intorno prima di tirarla fuori: non ero l' unica, l' avevo visto fare qualche giorno fa da un' altra disperata.
Saranno passati 30 secondi prima che alle mie spalle tuonasse un intimidatorio:

"What is THAT?"

"Uhm...a pencil?"

"This is a coloured pencil. Coloured pencils are not allowed."

Si sono girati tutti: non mi sentivo così da quando ero stata beccata con i bigliettini di scienze sotto il quinterno, circa vent'anni fa. Tralaltro, mentre consegnavo il corpo del reato pensando come ha fatto a vedermi, ho scoperto che i controllori della BL sono anche telepatici, à la Sookie Stackhouse.

"You've been caught by the camera, you know. Anyway, you can have your pencil back when you go home. Ask at the counter."

By the CAMERA?
All'uscita, al counter, indico la matita al controllare, uno diverso, sperando che me la dia senza infierire. Illusa.

"Oh, is that yours? You naughty girl!"

...

15.8.10

British Library


An original idea. That can't be too hard. The library must be full of them." (Stephen Fry)


Capita, al turista a spasso per Londra, di passare davanti alla British Library; in genere è sulla strada per andare a farsi una foto mentre spinge il trolley contro il muro del binario 9 e 3/4 nella stazione di St Pancras, che è proprio dietro l'angolo.
L'architettura maestosamente gotica e davvero fiabesca di St Pancras fa un po' a pugni con quella del palazzo della British Library, che invece ricorda vagamente un edificio del kgb: eccolo qua.



Praticamente una parete di mattoni neanche stuccata, senza balconi, con poche finestre, piccole piccole. Roba che Verdun potrebbe farne un modellino in scala con i duplo in cinque minuti.
L'interno gli è venuto meglio. In effetti, gli è venuto talmente bene da consigliare una visita alla BL, dopo la foto con il trolley di harry potter. Se non altro, per riequilibrare la propria reader self-esteem.


Ora, succede che io stia passando un sacco di tempo alla BL nelle ultime settimane, con la speranza di finire la tesi entro i tempi previsti. Intanto, però, sono in carenza da contatto con i Signori Bambini, esposizione alla luce naturale, e di argomenti più interessanti. Poi, di un posto dove si è passato tanto tempo (c'era anche stato un ciak 1, quando avevo campeggiato qua per scrivere la tesi del BA) si finisce per voler avere un ricordo, fosse anche uno straccio di post. Perciò, BL.

La BL è una delle biblioteche più grandi del mondo, il che essendo a Londra suona quasi ovvio. E' una biblioteca solo di consultazione; compensa il fatto che si può consultare praticamente qualunque cosa scritta in Inglese dalla Magna Carta in poi. Con "qualunque cosa "intendo proprio tutto - libri, riviste accademiche, tabloid, mappe, registri - tutto Shakespeare e tutto Vanity Fair, insomma.
In realtà hanno anche un notevole archivio di materiale non in inglese, piu alcuni manoscritti originali (Alice in Wonderland, canzoni di Beatles, and so on), ma passa un po' in ombra, a causa suppongo del folkloristico understatement.
Questa montagna di carta è custodita in una serie di piani sotterrranei che ricordano vagamente i gironi infernali danteschi. Qualcosa non ci stava e l' hanno dovuto archiviare in un'altra biblioteca nel countryside, così ci possono volere 48 ore per fartela arrivare. Rimane chiaramente un servizio di dimensioni e potenzialità incredibili.

La BL from the inside è il genere di posto che ti fa venir voglia di studiare ad agosto: grandi spazi, estremo silenzio, tutto pulitissimo, organizzatissimo e efficentissimo. E' stata inaugurata dodici anni fa ma sembra tutto nuovo.
Nonostante ci sia un' infinità di posti a sedere, puntualmente intorno alle 11 del mattino compaiono davanti alle sale di lettura i cartelli: "This reading room is now FULL", stile parcheggio multipiano.


Comunque, al di là del valore artistico e archeologico del luogo, un possibile scopo della visita potrebbe essere di tipo antropologico. La tribù dei readers della BL ha le sue proprie leggi, scritte e non scritte.
I criteri estetici ad esempio sono abbastanza peculiari: nessuno guarda in che stato sono i tuoi capelli o che scarpe hai. Nein. Sei invece valutato esclusivamente dal tuo portatile.
Ora, nella nostra famiglia vige una regola per cui quando un qualunque electronic appliance di H diventa obsoleta, magicamente passa in mio possesso, e lui ne compra un modello nuovo.
Perciò, il mio computer fa ridere i chickens. Perciò, nella piramide sociale della BL sono sotto il gradino degli schiavi. Una nullità. Anche nel regno dei nerd, non e una bella sensazione.

In compenso, oggi un tizio seduto accanto a me mi ha chiesto se poteva vedere la mia copia di Pinocchio, giustificandosi con un allarmante: "E così esiste il libro! Credevo l' avesse inventato Walt Disney!". Complesso di superiorità ristabilito. Per ora.



(to be continued)

22.7.10

Attitude matters

In passato ho studiato come si definiscano "veri bilingui" i bambini esposti a una seconda lingua entro i tre anni, e come questo sarebbe scientificamente giustificato dal fatto che usano la stessa zona del cervello per immagazzinare informazioni su entrambe le lingue in uso. Se invece l' aquisizione avviene dopo i tre anni, si attivano altre aree del cervello, per cui la seconda lingua non raggiunge la stessa fluidità.Ok.

In seguito al nostro soggiorno in Francia mi sento in grado di aggiungere un corollario a questa teoria (secondo me comunque abbastanza discutibile): forse dopo i trent' anni è meglio lasciar perdere del tutto ;)
Mi è venuto in mente osservando H alle prese con il francese - un caso disperato.
Boh. Sarè che io il francese lo parlo da tanti anni, ho vissuto un anno nella sauvage Auvergne, sogno di vivere a Parigi un giorno o l'altro, e, dato non trascurabile, ascolto il piemontese da quando sono nata, ma a me sembre una lingua abbastanza immediata.
Ovviamente sono stata smentita. H si blocca sulla distinzione fra i fonemi u, ou e eu: chi mastica un po' di francese capirà che non è un indizio che faccia sperare in bene. Perdipiù, overconfident del suo inglese, pretende di parlarlo dappertutto, sbagliando. 'Che si sa che i francesi, specie se camerieri, anche se magari l' inglese lo sanno, tendono far finta di no, e soprattutto a ignorare palesemente qualunque richiesta che non avvenga nella loro lingua. Bisogna prenderli cosi, fa parte del folklore locale.

In proposito è stato illuminante l' incontro in un parco giochi di St-Malo con l' amico Bastien, seienne, per cui Verdun ha avuto una folgorazione. Quando ha scoperto che venivamo da Londra, Bastien si è illuminato, e ci ha spiegato che a scuola aveva imparato l' inglese. Sfortunatamente intanto Verdun era entrata in una fase di mutismo - come sempre quando ha a che fare con bambini più grandi.

Si è sbloccata quando lui le ha proposto di giocare a nascondino, ma quando lei ha iniziato a contare
"One, two, three..."

Bastien l 'ha fermata per puntualizzare:
"Non! C'est one, two, frì."

"Ehm, no, amico Bastien, è proprio one two three..."

"Bah, non , vous vous trompez , en fait c' est one, two, frì."

Così. Lapidario e vagamente condiscendente. Ho finito per dargli ragione, chiaramente.

Da cui si deduce che non è che i francesi non riescano a pronunciare determinati suoni, ma che proprio, fin dalla più tenera età, credono di essere dalla parte del giusto. Il potere dell'allure.
Del resto, il bello dell'inglese è che ognuno lo parla un po' come gli pare.

7.6.10

Mundial

Tre giorni al calcio d'inizio dei mondiali del Sudafrica...

Istantaneo flashback al 9 luglio 2006: Elle e H, all'epoca childless and sans soucis, arrivano stremati a Berlino, dopo un viaggio in pullman da Londra di 18 ore. Gli aerei erano tutti pieni quando finalmente si decisero a prenotare, e così l' unica alternativa rimasta per raggiungere Berlino fu con questa compagnia di bus ucraina, che potremmo definire "minimalista".
Questo viaggio allucinante ebbe poi diversi risvolti positivi: ad esempio, adesso posso simpatizzare più facilmente con le colf moldave; inoltre, quella sera l' Italia vinse i mondiali, perdipiù contro la France, e, insomma, valeva la pena esserci. A dirla tutta, quella notte entra a pieno titolo tra le cinque più emozionanti della mia vita, insieme a quelle in cui sono nati i pargoletti, e un paio d'altre.

Ora, mi informa mio fratello, che è molto più esperto in materia di me, che questa volta abbiamo una squadra parecchio più scarsa.
Sarà. Se non altro, sono brocchi eleganti: magari un po' tamarri, in Dolce e Gabbana, ma comunque abbastanza stilosi.
Soprattutto, ad esempio, se messi a confronto con la nazionale inglese, che sfoggia una divisa marca Mark & Spencer. M&S è un supermercato: se la spacciano parecchio, alzano i prezzi, ma rimane un supermercato, dove trovi le magliette a due metri dai peperoni. In pratica, è come se Buffon si fosse presentato con il completo firmato Esselunga.
Persino il povero Capello ("don" Capello, come lo chiamano qua) aveva un'aria un po' abbattuta, nella foto ufficiale. Non che normalmente sfoderi un 'espressione particolarmente entusiasta, ma sembrava più torvo del solito.

Va detto però che qui in Inghilterra più che sui calciatori l' attenzione è focalizzata sulle WAGS, le Wives And Girlfriends: capotribù Victoria Beckam , vice la moglie di Rooney, le altre a seguire, non facili da distinguere.
Le wags sono facilmente identificabile da alcune caratteristiche:
.hanno un marito/fidanzato calciatore
.è in vendita un profumo con il loro nome
.è in vendita una loro autobiografia - il fatto che alcune di loro non abbiano ancora compiuto ventitre anni non fa alcuna differenza
.appaiono con allarmante frequenza su testate giornalistuiche del calibro di hello o closer
.nonostante i vestiti fighissimi, la chirurgia plastica, i viaggi in giro per il mondo, non riescono a togliersi di dosso un non so che di irresolubilmente insipido. "You can take the girl out of Liverpool, but you can't take Liverpool out of the girl", direbbero da queste parti. "Gnà fanno", direbbero altrove.
In un tentativo abbastanza disperato di scollarsi da questa immagine da gallinelle, il mese scorso cinque wags sono state in sudafrica per partecipare a un reality show costruito sul tema "vediamo quanto riuscite a sopravvivere nelle bidonvilles locali". Alla tristezza non c'è mai limite.

Insomma, vada come vada, in materia di stile Italia batte Inghilterra 1000 a zero.
E adesso, avanti con le cose serie: let the show begin!

24.5.10

Antò, fa caldo!

Da qualche tempo la ryanair chiude i voli con un momento di autocelebrazione, squilli di tromba e insulti alle compagnie highcost, del tipo:
Pepperepeppeppèèè! Welcome in London on yet ANOTHER on-time ryanair flight! Our punctuality rating is 99.9%! Take that, "Latehansa"!

Va detto che hanno anche ragione, i voli ryan sono quasi sempre puntuali; per tutto il resto, c' è "Latehansa".

Reduci da un weekend molto allegro in Italia, siamo stati accolti a Londra da un caldo inaspettato, del genere inaspettato anche per il 31 luglio - qui. I locals sono ovviamente impazziti, tutti seminudi nei parchi al fine di ottenere in poche ore la caratteristica sfumatura aragosta. Insieme all' iniziale entusiasmo si avverte però gia una certa tensione: irrigatori accesi tutto il giorno, gente che fa scorte di ventilatori, offertissime da boots sulle creme solari, panico da disidratazione.
L' emergenza caldo non mi allarma. Vivo qua da abbastanza tempo per sapere che non durerà.
Intanto, io in queste temperature mi crogiolo. Il resto della famiglia pare invece aver assorbito influenze very british e non condivide affatto il mio entusiasmo: H è piegato da allergie a pollini varii; Pierrot è sconvolto dallo sbalzo climatico (essendo nato a fine settembre, probabilmente è lì che si chiede: "Cos'è quella palla gialla di luce?") ; Verdun è tesa e imbronciata come in qualunque temperatura.
Oggi siamo usciti, per la prima volta dall' estate scorsa, in maglietta e pantaloncini, e le chiesto: "Non ti piace uscire così, senza giacca, sciarpa e guanti? Sentire l' aria sulla pelle?"
Per tutta risposta ha preso il bicchiere del frappuccino ghiacciato che stavo bevendo e ha cominciato a tamponarsi la fronte e le braccia , scandendo in toni melodrammatici: "Too hot, too hot!". Cannes, arriviamo.

22.5.10

Venerdì pomeriggio

Venerdì pomeriggio a spasso per Torino. Sono in cerca di qualche libro utile per la tesi, così ho lasciato H e i Signori Bambini a casa dei miei genitori, a dormire per recuperare il sonno perso nel viaggio. Childless e husbandless, libera da passeggini, babybjorn e obbligo morale di chiaccherare a vanvera per intrattenere i piccoli, mi muovo rapidissima e silenziosa. Non devo pensare a dove vado, qui posso inserire il pilota automatico.

Per strada raccolgo un po' di sensazioni che mi fano sentire subito a casa.
L' eleganza dei portici, delle vetrine di via Roma e piazza Castello, più pulite di come le ricordassi. La loro praticità, anche, perchè presto inizia a piovviginare, ma non fa niente.
Un caffè macchiato, in alternativa al solito tall-skinny-vanilla-latte-extra-hot: riscoprire il sapore dell' espresso del bar, la lucidità immediatamente successiva.
Via Garibaldi e le viuzze che la tagliano, una più bella dell' altra, ma anche non facili da differenziare. Testare sulla propria pelle il fatto che "il bello di Torino è che è costruita a pianta quadrata, perciò se ti perdi basta che giri tre volte a destra e ti ritrovi al punto di partenza". Ritrovare la strada.
Sentirsi urlare da un marocchino "Ciao bella!", fingere indifferenza e sorridere solo con il profilo rivolto al muro. Rendersi conto di avere chimato "marocchini" tutti quelli che venivano da latitudini inferiori alla Sicila per venticinque anni, senza neanche sentirsi unpolitically correct.
Gli odori e i colori di San Salvario, la chiesa dei Santi Pietro e Paolo: ci lavora un prete silenziosamente rivoluzionario, don Piero Gallo. Amavo ascoltare le sue messe quando vivevo qui, ho voluto che fosse lui a battezzare i Signori bambini, tutti e due. Tra i suoi mille impegni di sacerdote in un territorio ancora "difficile", dove immigrazione e disperazione arrivano spesso sullo stesso treno, trova il tempo ogni settimana di dipingere su una bacheca fuori dalla chiesa un messaggio per la comunità: questa settimana è "I cristiani rendono Dio visibile". Mi fa pensare ai turisti e ai souvenirs che ho notato in giro per l' ostensione della Sindone, a come il fatto di entusiasmarsi perchè si vedrebbe la faccia di Gesù su un lenzuolo mi abbia sempre lasciata perplessa, che sono altre le cose che lo rendono visibile.
Rendersi conto di essere già arrivati: le distanze qui sono più umane che altrove, pare.

Non soffro di nostalgia quando sono a Londra: credo di aver attivato inconsciamente un meccanismo di autodifesa, per cui non penso mai a Torino. Alle persone che vivono qui ovviamente si, ma raramente ai luoghi.
Poi basta una passeggiata, da una stazione all' altra e ritorno, per ricordarmi che sono fiera di arrivare da qui, qualunque sia la destinazione futura; che la relativa facilità con cui mi sono adattata a vivere in luoghi molto diversi potebbe aver a che fare con un senso di appartenenza di fondo ben precisa, a cui il resto va a sommarsi ed arricchire, senza attaccare le basi un'identità costruita qui; il che mi porta dritto dritto a riflettere su che tipo di radici avranno i pargoletti, su cosa sia meglio per loro, se esista un meglio assoluto. Finisce che a forza di pensarci mi viene voglia di rivederli immediatamente, torno alla macchina quasi di corsa: ho solo due libri in borsa, e uno è per Verdun, ma meglio che niente.

24.4.10

Watching TV: ad memoriam (continued)

Ancora un paio di considerazioni si questi ultimi tre anni passati senza tv.

La prima, è che non mi è mai, proprio mai, mancata. Non ho mai avuto nè voglia nè tempo di accenderla, ed è una cosa che mi ha abbastanza stupito. Sono anche diventata un po' intollerante, nel senso che quando vado a trovare i miei genitori in Italia e la sento accesa, ad esempio mentre si mangia, mi infastidisce parecchio. Ma non dico mai niente, perchè ho mangiato con la tv accesa vent'anni senza fare una piega, quindi è chiaro che è solo questione di abitudine.

La seconda conclusione, che bilancia un po' quanto detto fin qui, è che vivere senza tv in casa nel 2010 non è la scelta radicale che poteva essere venti o forse anche solo dieci anni fa. Quando, per dire, i bambini provenienti da famiglie senza tv sfoggiavano in genere anche terrificanti maglioni fatti a mano dalle madri e come merenda per l' intervallo, al posto del soldino mulino bianco, avevamo una fetta di torta incartata nel domopack - o addirittura un frutto, quasi una blasfemia nei cupi anni '80.
Comunque: un sacco di roba che una volta si sarebbe vista in televisione oggi si può guardare via computer. Nel nostro caso: cartoni animati su you tube (Peppa Pig, Pocoyo e Pimpa rule), film (raramente un INTERO film in una botta sola, troppo sonno arretrato), serie americane (al momento, oltre all'ovvio Lost e al quasi incoffessabile Gossip Girl, siamo infognati con Mad Men), a volte persino puntate di programmi italiani (H, ad esempio, ha una specie di necessità fisiologica di vedere periodicamente Santoro e indignarsi un po').

Resta il fatto che la tv in casa non c'è, il che per una cresciuta a pane e candycandy come me è un turnover abbastanza imprevedibile. Magari non definitivo, ma comunque un' esperienza interessante.
Il tavolino ikea che ospitava il televisore è stato immediatamente occupato da mercanzia varia dei Signori Bambini; all'occorrenza, può trasformarsi in tavolo per disegnare, vagone della metro, cassa di tesco, aereoplano, ristorante chez Verdun. La donzella è un po' carente in vocabolario, ma recupera in immaginazione.

23.4.10

Watching TV: ad memoriam

Sento parlare in giro della National Turn Off Your TV Week, e mi scappa un sorriso pensando al nostro televisore. Me lo immagino in cima a una pila di rottami varii in una discarica nelle Midlands, ma è piu probabile che, nel corrente spirito liberal-green-democrat, sia già stato smantellato, reciclato e trasformato in pratiche lattine di chicken soup with rice. Magari ho un pezzo di tv in frigo, chi può dirlo.

Il televisore infatti l' abbiamo buttato via tre anni fa, proprio nel senso letterale del termine. Una notte, abbiamo atteso l' ora più buia, ci siamo incappucciati stile Macchia Nera (le precauzioni non sono mai troppe! Viviamo in zona congestion charge, praticamente ci sono telecamere ovunque), e l' abbiamo abbandonato vicino ai cassonetti della spazzatura.
Mi rendo conto che sia stato un atto abbastanza vandalico, ma l' alternativa sarebba stata cercare il numero del council, chiamare cinquanta volte prima di trovare la linea libera, farsi mandare il paperwork, mandare la richiesta per l' omino specializzato che avrebbe dovuto chiamarmi per mettersi d' accordo su quando passare... non un'alternativa realistica, insomma.

L' avevamo comprato, quel televisore, pieni di buone intenzioni, appena sbarcati in UK. L' avevamo trovato su ebay per cinque sterline, in pratica avevamo speso di più di metro per andare a recuperarlo. Eravamo finiti in zona cinque, l' ultima fermata della linea nera: all' uscita della stazione la sensazione era piu da villaggio texano abbandonato che da Londra. Avevamo temuto che fosse una presa in giro, invece l' indirizzo era giusto: ci aveva ricevuto un indiana molto anziana, che non aveva nessuna intenzione di provare a parlare inglese - neanche hello, intendo; le anziane indiane possono essere piuttosto radicali in questo.
Comunque, la signora aveva telefonato alla figlia, english speaker e presumibilmente autrice dell'annuncio su ebay. Era seguita una timida contrattazione, del tipo:
"Saremmo venuti a prendere la tv."
"Ah si, potete date le sei sterline a mia madre."
"Ma, veramente su ebay c' era scritto cinque..."
"Ok, allora cinque. Vi serve anche un frigo?

A gesti, l' anziana aveva tentato di comunicarci che erano in vendita svariati altri elettrodomestici - tutto sotto i five pounds - di cui purtroppo non avevamo bisogno; all'epoca, vivevamo in un residence universitario. Un peccato.

Contraddicendo tutte le aspettative, questo gioellino dell' elettronica fece il suo dovere per circa due anni.
Eravamo fuori casa, all' università, praticamente tutto il giorno, ma alla sera spesso accendevamo la tv. Non si trattava di un'attività ludica, o di mettere il cervello in stand by, come quando in italia lasciavo acceso, per dire, su Un posto al sole.
Innanzitutto, perchè qualunque cosa vista in inglese senza sottotitoli richiede concentrazione. Potrei vivere qui per il resto della mia vita, e sono abbastanza sicura che non raggiungerò mai il livello di comprensione immediata che ho in italiano. Perciò anche guardare East Enders, che possiamo appunto paragonare alla soap napoletana, però ambientata nell' East End di Londra, richiede uno sforzo cerebrale probabilmente maggiore di quello richiesto agli autori dei dialoghi. E questo è un pensiero piuttosto fastidioso per un potenziale telespettatore.
Seconda questione: la programmazione. Qualcosa si salva, ovviamente, ma, telegiornali a parte, la stragrande maggioranza del palinsesto delle reti pubbliche (dopo che avevamo comprato la tv per cinque sterline, installare sky sarebbe stato incoerente - nonchè impossibile, visto il modello anni settanta) si divide tra reality show, reality show che coinvolgono celebrities, e gli inquietanti programmi a tema investimenti immobiliari, che sono una fissazione assoluta dell'inglese medio e meritano decisamente un post a parte. Da non dimenticare, per la sezione sport, i tornei di cricket e quelli di freccette - se pensavate che il tennis fosse noiso, think again.

Insomma, anche nella vita pre-Signori Bambini, non eravamo granchè come teledipendenti (questo discorso riguarda strettamente la mia vita in UK; in Italia, al contrario, ho sempre spento il cervello davanti a un sacco di boiate senza troppi ripensamenti).
Poi, con l' arrivo di Verdun, abbiamo smesso definitivamente di accendere la tv: specilamente nel suo primo anno di vita, il tempo libero era devoluto a recuperare un po' di sonno, a studiare o anche solo ad apprezzare il silenzio; guardare la tv era proprio l' ultima cosa che ci passava per la testa.
E così, un po' per creare spazio nel nostro minuscolo flat, un po' per risparmiare sulla bolletta, abbiamo finito per buttarla via.

(to be continued)

29.3.10

Sleep is for the weak

Per me i temi "Confronto con le altre madri" e "Deprivazione di sonno" vanno strettamente a braccetto. Nei parcogiochi londinesi è infatti abbastanza tipico assistere al seguente scambio di opinioni:

"Ieri sera Olivia non si addormentata fino alle sei e mezza! Stavo impazzendo!"
"Oh, darling! Come sei sopravvissuta?"
"E' stata durissima. Da quando è nata si è sempre addormentata alle six o'clock. Comunque, l 'ho mollata alla nanny filippina."

Sentire queste conversazioni mi abbatte tantissimo. Voglio sapere dove, dove ho sbagliato. Perchè in effetti la maggior parte dei bimbi inglesi hanno un tea (una cena leggera, diciamo) alle cinque, poi bagnetto, bedtime story e arrivederci a domani.

Invece Verdun a Pierrot, fedeli alle loro origini, hanno rigettato da subito il modello anglosassone per aderire a un più mediterraneo "la mamma la mettiamo a letto noi". Non importa a che ore si sveglino al mattino, quanto dormano al pomeriggio, se passiamo la giornata in casa o a scorrazzare ai giardini, gli sciagurati non si addormentano mai prima delle nove e mezza, e si svegliano all'alba.

Questo dell' insonnia è chiaramente un gene che si esprime ogni due generazioni, in quanto anche mio padre, almeno da quando lo conosco, non ha mai dormito più di cinque ore per notte, senza dare segni evidenti di squilibrio, tranne un po' di noia a causa di tutto tempo in più che ha a diposizione rispetto alla massa.
Io invece ho sempre avuto il problema opposto: per funzionare bene, dovrei dormire 19 ore al giorno, come i koala.
Il piccolo Pierrot, su cui avevo riposto grandi speranze, si è subito adeguato ai ritmi della sorella: dorme un'ora al pomeriggio, e la notte dalle 9 emezza alle 6 e mezza. Come un adulto. Come un normadulto, per la precisione.

Come ci collochiamo io e la mia sindrome del koala in mezzo a queste due generazioni di gufi?
Una volta ho provato ad accennare alle nostre abitudini a una mamma indigena, ma mi ha risposto super-allarmata: "Guarda che i bambini devono seguire ritmi più naturali, il cervello ha bisogno di pause più lunghe, così li stressi tantissimo..."
Mah. A me sembrano abbastanza in forma i miei Signori Bambini.
"...E poi tu come fai a trovare il tempo per tutto il resto, a che ora vai a dormire, sarai uno straccio tutto il giorno..."
Contrariamente a tutte le conclusioni logiche, invece, sono relativamente pimpante. Evidentemente, ci si adatta a tutto. Il mix caffè e Lindt Dark 85% crea assuefazione, ma aiuta parecchio.


Il Mago Zurlì, del resto, profetizzava:

Ninna nanna mamma,
tienimi con te:
nel tuo letto grande
solo per un po’,
una ninna-nanna io ti canterò
e se ti addormenti, mi addormenterò

Ninna nanna mamma
insalata non ce n’è
sette le scodelle sulla tavola del re
ninna nanna mamma ce n’è una anche per te
dentro cosa c’è
solo un chicco di caffè

Dormono le case,
dorme la città,
solo l’orologio
suona e fa tic tac:
anche la formica
si riposa ormai,
ma tu sei la mamma
e non dormi MAI

Ninna nanna mamma
insalata non ce n’è
sette le scodelle sulla tavola del re
ninna nanna mamma ce n’è una anche per te
dentro cosa c’è
solo un chicco di caffè

Quando sarò grande
comprerò per te
tante cose belle
come fai per me:
chiudi gli occhi e sogna
quello che non hai,
i tuoi sogni poi
mi racconterai

Ninna nanna mamma
insalata non ce n’è
sette i piatti d’oro sulla tavola del re
ninna nanna mamma ce n’è una anche per te:
ci mettiamo su
tutto quello che vuoi tu,
ci mettiamo su
tutto quello che vuoi tu




19.2.10

Go, Gordon!

A me Gordon Brown piace. Non esattamente un'icona glamour - e perchè dovrebbe, del resto; beh, quando a capo del mondo c'è Obama una finisce per crearsi delle aspettative.
Comunque, la stampa locale, che del resto non salva nessuno, lo martella in continuazione su cose che mi sembrano frivolezze assolute. Se avessero fra le mani un Berlusconi andrebbero in overdose, suppongo.

Ancora dal Guardian:

"Gordon Brown confessa di mangiare fino a nove banane al giorno..."

NOVE?

La notizia prosegue!

"...nel tentativo di liberarsi della sua dipendenza da Kit Kat."

A seguire, tabella che confronta ups and downs dei due snacks.

Mah.

Mi manca La Stampa: non è una cosa che ti aspetti quando vai a vivere in un altro Paese, o perlomeno io non me lo sarei immaginato, invece mi manca moltissimo sfogliare un giornale con una struttura familiare, scritto in italiano.
Per quanto mi senta confidente con l' inglese - credo di aver raggiunto una specie di plateau, non penso di poter migliorare granchè -, tuttavia c'è un livello di comunicazione, quella allusiva, non letterale, che spesso mi sfugge, anche se mi rendo conto del fatto che mi stia perdendo qualcosa.
Mi ricordo che da bambina odiavo profondamente La Stampa perche mio padre, durante interminabili viaggi in macchina per andare a trovare i nonni (50 minuti, equivalenti a cinque ore nella percezione di una novenne) mi faceva leggere ad alta voce degli articoli scelti da lui, di cui non ricordo nulla tranne che suscitavano disinteresse assoluto. Volevo solo leggere Topolino. Riuscivo a malapena a tenerla in mano, La Stampa. Vedo il senso adesso, ma all'epoca mi sfuggiva del tutto.
Poi gradualmente ho cominciato a leggere per conto mio, ho imparato a girare le pagine senza perdere i pezzi, ad affezionarmi allo stile di certi giornalisti, all' impaginazione, al format. La Stampa è diventata parte della mia quotidianità, ma me ne sono resa conto solo qui a Londra, quando l' unica versione reperibile è diventata quella on line - tutta un' altra cosa.
Quando sono tornata a casa qualche tempo fa per una vacanza e l' ho trovata ridotta a dimensioni repubblicane ho avuto un mezzo shock culturale. Tra l'altro, era un chiaro segnale che nonostante la mia lontananza la vita a Torino andava avanti, che è una cosa che sbalordisce sempre, inspiegabilmente.

Tra i quotidiani inglesi quello che sfoglio più spesso è appunto il Guardian, per svariate ragioni: è il più simpatico, all' università dove lavora H si compra a 30 cents, è in vendita anche da Starbucks. Spesso è una lettura interassante, ma in maniera molto diversa dai quotidiani italiani: una delle differenze più immediate è che c'è una demarcazione più netta tra report di cronaca e editoriali che commentano su questi fatti, che mi sembrano sempre un po' tirati a lungo, divaganti, poco conclusivi. La critica agli Stati Uniti ricorre di frequente, ed è una cosa che mi lascia spesso un po' perplessa. Per completezza: il Guardian la domenica magicamente cambia nome, diventa l 'Observer, e bisogna andare a comprarlo muniti di carretto a causa dei venti chili di inserti e meateriale promozionale vario con cui viene impacchettato.

In questo blog non si sta parlando granchè dei Signori Bambini a cui si presuppone dedicato: molto male. Credo abbia a che fare con il fatto che le ultime due settimane sono state particolarmente impegnative: prima è stato male H, poi Verdun, di conseguenza il tempo da dedicare a pensieri non child-related è stato ridotto ai minimi termini. Fear not, stiamo uscendo dal tunnel!



I like Gordon Brown. Not exactly a glamour icon - why should he be one? Well, having Obama at the top of the world has raised pretty high expectations.
Anyway, the local press is constantly criticising him about stuffs that seem to me totally meaningless. If they were handling a Berlusconi, they would probably go into overdose mode.

More from the Guardian:

"Gordon Brown declares to eat up to nine bananas a day..."

NINE?

Hold on...

"...in a bid to beat his Kit Kat addiction."

There follows a table comparing pros and cons of the two snacks.

Bah.

I miss La Stampa, which is one of the most read newspaper in Iatly, and definetly THE most read in Turin. It isn't something that you would expect when you move to another country, or I didn't anyway, but I really miss reading a newspaper with a familiar structure , written in italian.

I do feel quite confident about my English - I think I have reached a sort of plateau, I don't think I can get much better. And yet there still is a layer in the communication, the allusive, non-literary one, that I often miss, even if I have a clear perception that I am loosing something important.
I remember that I hated La Stampa as a child since my father, during the neverending travels to see my granparents (50 minutes, feeling like five hours in a nine year old terms) made me read aloud articles about which I don't remember anything apart that they were met with total disinterest. I just wanted to read my Disney comics.I could barely turn the pages of the newspaper without making a mess. I can see a point in those readings NOW, but surely not then.
Then gradually I began to read it on my own, I learnt to turn the pages properly, I became familiar with the structure of the newspaper, the format, its journalists's styles and views. La Stampa became very much part of my everyday, but I didn't realised that until I came to live in London, where the only available Stampa is the on-line version - definitely not the same thing.
When I went back to Turin for a holiday a coulple of years ago and found it in a new, reduced size, I had a cultural shock. Moreover, it was a clear sign that, even if I am not there, life in Turin goes on - obvious, and yet pretty scary.

Among the English newspapers, the one that I read more often is, indeed, the Guardian, for a few reasons: it's the more simpatico one (achtung: no proper english translation for this over-used italian word - something to ramble about elsewhere, it costs 30p at the uni where H works, it's the one sold in Starbucks.
It's generally an interesting reading, but very different from an italian newspaper: one of the most evident differences is in the fact that there is a more neat separation between reports and editorials that comment about the same news, that often seem too long, linefillers, unconclusive. Criticisms to the States recurs pretty often, which does always leave me a bit perplexed. To be complete: on Sunday, the Guardian magically changes his name and becomes the Observer, and you need a good trolley to buy it because of the various supplements and goodies it is sold with.

Now, this blog is not dealing enough with the Signori Bambini to which it is dedicated: shame on me. Fact is, we have been through two very busy weeks, with H and Verdun being ill, and Pierrot, well, just being four months old, which really he can't help. Hence, the time to spend on non child-related thinking has not been much. Faer not, I can see the end of the tunnel!

11.2.10

London stuff that I am NOT going to miss

Questo è un periodo piuttosto intenso della mia vita, ma anche uno dei migliori, so far: sono sempre di corsa, costantemente incasinata, ma allegra; gli studi proseguono, e ci sono i piccoletti e H a dare un senso al tutto. Insomma, so già che tra qualche anno riguarderò al nostro "periodo londinese" con estrema nostalgia. Ecco allora un promemoria per aiutarmi a rimettere le cose in prospettiva - questo post inagura la serie "Cose che NON mi mancheranno di Londra".

Al primo posto, il tempo. L'aroma emanato da Mickey's Fish&Chips nelle prime ore del mattino contende il primato, ma direi che il tempo lo batte.

Lamentarsi delle condizioni atmosferiche nella lovely incarna probabilmente il peggior clichè di tutti i tempi, ma attenzione: il tempo fa schifo, ma non nel modo in cui si pensa. Nell'immaginario collettivo Londra è nebbiosa e umida: io in cinque anni la nebbia non l'ho mai vista, e la pioggia non è più frequente che a Torino. No, la tristezza è dovuta al fatto che sostanzialmente mancano due stagioni, la Primavera e l' Estate. Da novembre a marzo è Inverno, e da aprile a ottobre Autunno. Le giornate in cui si può uscire senza felpa si contano sulle dita di una mano, e sono generalmente seguite da allarme generale da heatwave.
Infatti la cosa che l' inglese medio teme sopra tutte è patire il caldo: l' anno scorso a luglio un giorno il termometro ha superato i trenta gradi, e la direttrice a scuola ha radunato tutti i bambini in palestra per annunciare che nella pausa pranzo sarebbe stato vietato giocare in cortile per evitare casi di DISIDRATAZIONE.

Perplessità.

A bilanciare l' inesistenza della stagione calda, almeno fino a qualche anno fa, c' era il fatto che gli inverni erano relativamenete miti. Ma ovviamente, a causa di qualche misterioso effetto del riscaldamento globale, gli ultimi tre inverni sono stati i peggiori degli ultimi cinquecentomila anni.
Sono due mesi ormai che fa un freddo becco; a dicembre siamo fuggiti in California per una semivacanza, ma adesso siamo bloccati qua almeno fino a Pasqua.
Ieri per l' ennesima volta ha nevicato, e poi la neve è gelata rendendo i marciapiedi pericolossissimi, specialmente se passeggi con bebè nel babybjorn e toddler per mano (il sale viene infatti custodito gelosamente nei sotteranei di Buckingham Palace e dato alla plebe solo in condizioni estreme).

L' unica nota positiva in questo bel quadretto è che dato che la gente qui è abituata a spostarsi ad una velocita doppia del normale, si può assistere a scivolate abbastanza rocambolesche.
Qualche giorno fa il Guardian, che si spaccerebbe anche come quotidiano serio, offriva alcune guidelines su come comportarsi in caso di caduta - eccole qua:

Se cado, come posso rimettermi in piedi con dignità?

1. Se la gente in coda per l' autobus applaude mentre sei a terra, fai un inchino. Non cercare di evitare il contatto visisvo, saresti patetico.

2. Non rialzarti troppo in fretta, perchè tornerai a terra anche più in fretta. Marx ha descritto come la storia tenda a ripetere sè stessa, prima come tragedia e poi come farsa. Ma cadere è diverso: la prima volta è una farsa, la seconda fa ancora più ridere - almeno i testimoni, che sono per il 75% insensibili bruti.

3. Se non puoi rialzarti perche ti sei rotto qualche organo vitale, cerca di alleggerire la situazione cantando la canzone dei Chambawamba sul trionfo contro le avversità della vita quotidiana mentre aspetti l' ambulanza. Questo è anche un buon metodo per disperdere la folla londinese: crederanno che l' incidente ti abbia reso mentalmente instabile e ti lasceranno soffrire in solitudine.

4. Se hai rigato il tuo blackberry/iphone/rolex nella caduta, non lamentartene: non susciteresti nessuna pietà, e probabilmente verresti derubato. E sai cosa - te lo meriteresti.


This is one of the most intense periods in my life, and one of the happiest too: I am always busy, constantly running after something or someone, but also very happy: my studies are going on well, and H and the kids are aways there to make sense of everything - just in case I get a bit lost. I realise already that in a few years I am going to look back to our "London Period" with extreme nostalgia. Hence this memo, just to help me to put things back in perspective - this is the first post of the "London stuff that I am not going to miss" series.

At fist place, the weather. The smell of Mickey's Fish and Chips just around the corner in the early morning came close; but the weather wins.

Now, moaning about the weather in London is possibly the worst clichè of all times, but beware: the weather is awful, but not in the way you generally imagine it to be. People tend to think about London as foggy and wet: and yet, in five yeras, I have never seen fog, and it doesn't rain more than in Turin, anyway. No, the thing is that basically two season are regularly completly missed, Spring and Summer that is. It's Winter from November to March, and then Atumn from April to October. The days when you can go out without a jumper are very very few ones, and they are generally characterased by an HEATWAVE alarm. The thing in fact that your average Englishman fears the most is to feel hot: one day last year in July there were more than 30 degree and at school the head called aveyone in the hall to announce that it was forbidden to play outside to avoid DEHYDRATION.

Perplexity.

Up to a few years ago, the absence of the warm season was balanced by relatevely mild Winters: not anymore. By some misterious link with global warming, the last three winters were the coldest in the last, like, fivehundred years,. The last two months, especially, have been really miserable: we escaped to California in December, but now we are stuck here up to Easter.
Yesterday it snowed AGAIN, and then the snow froze making the pavements seriously dangerous, especially if you walk with a baby in the babybjorn and a toddler holding your hand (salt is apparently jealously hidden in Buckingham Palace basements, and released to common people only during extreme emergencies).

The only good point in this lovely times is the fact that , since Londoners generally walk with a speed twice normal people, you have a good chance to see some pretty good falls on ice. Some days ago the Guardian came to our help with a few guidelines about the issue. Here they are.

If I fall, how can I get up with dignity?

1. If the bus queue applauds when you are flat on your ass, take a bow. Don't skulk off avoiding eye contact. That's pathetic.

2. Don't get up too quickly, because you'll probably go back down even faster. Marx noted that history repeats itself: first as tragedy, second as farce. Falling down is different: it's farcical the first time, the second time it's even funnier - at least to onlookers, 75% of whom are unfeeling brutes.

3. If you can't get up because you have broken something vital, try defusing the situation by singing the Chumbawamba song about the triumph over adversity while you await the ambulance's arrival. This is a great way to disperse crowds: they'll think concussion has made you temporarily bonkers, and leave you to suffer alone.

4. If you have scratched your blackberry/iphone/rolex, don't go on about it. You'll get no pity, but you'll probably get mugged. And you know what? You'll deserve it.