In trasferta a Londra, i SB adottano come al solito senza fare una piega i frenetici ritmi di vita locale. Alla fine di un Martedi' da warrior tourists che ha incluso visita all'esibizione dei dinosauri, playtime nel megaparcogiochi di Peter Pan, pomeriggio al Science Museum, taglio di capelli, shopping, cena con amici londinesi con terrazzo con vista spettacolare sul West End, Pierrot, interrogato su quale fosse stata la parte preferita della sua giornata, riposnde entusiasta:
"When papa' read me three bedtime stories. And, when you gave me a goodnight kiss."
E' un momento un po' grigio, in cerca di risposte a domande piuttosto pratiche, ad esempio dove vivremo alla fine dell'estate. Puo' darsi che rimarremo ancora a Los Alamos: e mi piacerebbe, considerati il clima eccezionale, il paesaggio che ci circonda, e soprattutto le rete di conoscenze e amicizie forte che abbiamo creato negli ultimi due anni e mezzo. Oppure potremmo dover cambiare di nuovo stato o continente, e neanche questo mi dispiacerebbe. Abbiamo energia e curiosita' sufficenti per affrontare un altro cambiamento, per ricominciare altrove.
E' questa fase di attesa che mi blocca: non poter progettare niente che non vada oltre la fine del mese, concentrarsi solo sull'immediato per non farsi prendere dall'ansia, o non poter rispondere ai miei genitori o al mio supervisor che chiedono quando torneremo in Europa per l'estate.
Per fortuna c'e lo spring break. Abbiamo aderito all'esodo di massa durante le vacanze di primavera e siamo emigrati per quattro giorni nel sudest del New Mexico.
A nord del new Mexico ci sono Santa Fe, Albuquerque e Los Alamos. Al sud, citta minori e alcune riserve naturali. In mezzo, cinquecento chilometri di deserto, interrotto solo da cactus, yucca, agave, occasionali citta' fantasma del vecchio west, e sporadiche ironcows capaci di brucare per ore sotto un sole allucinante in assenza di un filo d'ombra. Piu che un viaggio, uno stato mentale.
La potenziale dimensione meditativa del viaggio e' stata purtroppo compromessa dalla presenza dei Signori Bambini nel sedile posteriore, che hanno dormito tutti e tre contemporanemante per ben venti minuti. Verdun e Pierrot hanno passato una considerevole porzione del tempo scambiando acute osservazioni del tipo: "You touched me!""No, you touched me""Say sorry""No you say sorry" "Stop copying me!" "Stop copying ME!"...
P'tit Loup, d'ora in avanti Santuzzo, si e' perso in totale contemplazione di questi allegri siparietti e non ha detto beh per cinque ore, se non per chiedere del succo di frutta.
Eppure anche questa volta ne e' valsa la pena. Se non altro per lo sguado affascinato di Pierrot davanti al serpente a sonagli o al roadrunner che gli e' praticamente passato sui piedi al Living Desert Zoo. Per le immense caverne di Carlsbad, con i pipistrelli appesi in attesa che faccia buio. Per l'attenzione che gli americani dedicano a queste riserve naturali, per l'organizzazione e l'entusiasmo che mi colpiscono sempre. E ovviamente per i programmi "Junior Rangers" per i piccoli, e per la promozione ufficiale di Verdun a Pierrot, con tanto di badge da collezionare.
Particolarmente intenso resta il ricordo della visita alle White Sands, che non sono per niente facili da descrivere: l'immagine piu' vicina che mi viene in mente e' quella di un gigantesco pacco di zucchero rovesciato per terra, e le persone tutte sopra a divertirsi come formiche impazzite, facendo tunnel nella sabbia, scivolando con gli slittini e rotolando giu' dalle dune. Caldo, estremo e isolato eppure accogliente. Un buon posto per mettere in pausa preeoccupazioni e ansie per il futuro, e prendersi una giornata per stare bene insieme e basta. Bello.
scovare un negozio di aquiloni e fare abbastanza tenerezza al proprietario da farsene prestare uno da provare
assistere a una sfilata di baloons tra le palme: tra gli altri, hanno sfilato uno squalo, un pinguino e un pupazzo di neve, chiaramente l'unico pupazzo reperibile a queste latitudini
bagnarsi le zampe nel Pacifico giocando a The big vegeterian wolf (aka Il lupo mangiafrutta)
sentirsi osservati da un fenicottero rosa
Altre amenita' della vacanza includono l'incontro ravvicinato con autentici baywatch (Mitch!), la vista al museo di modellini dei treni piu' grandi del mondo, e lo show delle orche assassine che ballano il nuoto sincronizzato a Seaworld. Il genere di cose che la grand old Europe liquida alla voce "americanate", ma che alla fine si rivelano piuttosto entusiasmanti.
Si narra inoltre che anche in piena estate le temperature non superino i trenta gradi. A San Diego ti capita quindi di avere la sensazione che i locals abbiano capito qualcosa in piu' di te su come godersi la vita. O magari fingono molto bene, chi puo' dirlo.
Persino gli homeless, i barboni, appaiono allegri. Come avevamo gia notato a San Francisco, sono molto tollerati e anche discretamente tolleranti, considerando come il barbone su cui Verdun e' praticamente inciampata mentre dormiva si sia limitato a girarsi sull'altro fianco. Resasi conto di essere circondata da sacchi a pelo, Verdun ha chiesto un po' interdetta: "Are they having a sleepover?"
Kind of.
Ritorniamo a casa dalla trasferta californiana come sempre stravolti, ma contenti di esserci riempiti gli occhi di posti e facce nuovi . Buoni propositi per il prossimo anno si riassumono nel cercare di dormire di piu, o, piu' realisticamente, di essere efficaci pur dormendo poco. Duemilaecredici, fatti avanti.
L'evento dell'anno ad Albuquerque, New Mexico e' la Fiera della Mongolfiera. La scala dell'evento va un po' lost in translation. Io ad esempio settecento mongolfiere che si alzano nel giro di mezz'ora all'alba sul deserto newmessicano non riuscivo granche' a immaginarle finche' non mi ci sono trovata in mezzo. La trasferta a Albuquerque era stata programmata per i Signori Bambini, ma alla fine ci siamo ritrovati tutti e cinque a passeggiare su questo prato enorme tra un balloon e l'altro a bocca aperta. Un mucchio di stoffa che si gonfia per diventare una mongolfiera colorata, o una mucca oversized, ritiene qualcosa di magico, proprio nel senso harrypotteresco del termine.
Nella mia personale graduatoria delle situazione ansiogene, "viaggiare con tre under-five" arriva comunque dopo "fare le valigie con tre under five per casa". Specialmente perchè ormai due su tre pretendono di partecipare all'operazione in prima linea.
Ognuno si prepara a modo suo.
Verdun, maniaca dell'ordine e del planning, prepara lo zainetto di Dora the Explorer da più di un mese. Sul divano fa esercitazioni di allacciamento e slacciamento delle cinture, indicando alle bambole il relativo segnale luminoso immaginario.
Ha passato l'ultima settimana a riordinare la cucinetta ikea, che usa come ufficio, catalogando disegni, album, libretti e crafts di dubbia natura. Oggi in una delle sue scatoline sono comparsi oggetti non bene identificabili.
"Da dove salta fuori 'sta roba?" "Sono hair di Bambola e Boy."
"Hai tagliato i capelli a Bambola e Boy? Perchè?" "Gli andavano negli occhi. Non posso portarli a Londra a tagliarli, non ci sta piu nessuno nel mio zaino."
(Poteva andare peggio: anche P'tit Loup ha il ciuffo negli occhi.)
Essendoci un limite al numero di volte in cui puoi controllare lo zainetto, ha spostato la sua attenzione su quello del fratello. "Hey, tu hai già preparato tuo zainetto?"
"No. Io parto tomorrow, allora io preparo mio zaino tomorrow."
(That's my boy) "Ma hai deciso cosa vuoi portare? "
"Yes." "Cosa?"
"Tutto."
"Mio caro P'tit Loup, non rimane nessuno spazio per i tuoi giochini. E' un problema?"
"Guh."
Segue sorriso bavoso, interpretabile come "No, a patto che possa koalizzarmi per dodici ore ed essere intrattenuto a colpi di ninne nanne, passeggiate nel corridoio, e allattamento a richiesta cioè continuo."
Atterreremo a Londra tra 36 ore. Poi mi aspettano dieci settimane in cui la mia supervisor pretende che io scriva il primo capitolo dell tesi di dottorato, un mini ciclo di lezioni a un gruppo di undergraduates che la professoressa ha definito "very opinionated", una conferenza, la solita puntata mordi e fuggi a Torino, e un viaggio di ritorno sans H. Speriamo che non piova proprio tutti i giorni.
Pierrot, o Toto come preferesce definirsi, compie due anni, ma è fermamente convinto di averne quattro come la sorella. Cerca di correre più veloce di lei, saltare più in alto, mangiare più veloce - altissimo tasso di competitività registrato specialmente nell'ultimo settore. Non contento, pretende di saper contare e di conoscere l'alfabeto: scende le scale di casa contando one, two, three, three, four, four, four, ten! Finge di scrivere con la precisione di un monaco amanuense, producendo ovviamente solo scarabocchi. Riconosce la P, ma la indica come "This P, P for Toto!", segnale inequivocabile della mancanza di un tassello nel ragionamento. Chiacchera, racconta, chiede sempre "perchè", quando nessuno lo ascolta blatera a vanvera come un vecchio brontolone. Crea neologismi pazzeschi in italinglish e si arrabbia moltissimo se non li cogliamo al volo; eppure basta poco, davvero pochissimo, per farlo tornare a sorridere. Lui e Verdun trafficano insieme per ore, letteralmente; capita che finisca in tragedia, ma nemmeno troppo spesso. Al momento il gioco favorito consiste nel caricare sul divano tutti i loro giocattoli e pretendere di essere su un bus, su un taxi, and all things that go (mi sembrava strano finchè ho avuto un flashback al 1987, in cui io e i miei fratelli spostavamo tutti le nostre cianfrusaglie sul tappeto e giocavamo al "camper di david e lisa" - il link tra il camper e lo gnomo rimane imperscrutabile).
Ma il mezzo di locomozione preferito di Pierrot rimane il treno, che ovviamente a Los Alamos non c'è: in compenso la biblioteca ha un'ampia selezione di libri illustrati in materia, con l'unico limite di illustrare perfettamente treni a carbone in stile Far West non proprio facilmente reperibili. L'abbiamo anche preso il treno, l'estate scorsa in Italia, ma è chiaro che con aspettative del genere il viaggio Alpignano-Torino non risulti proprio entusiasmante. Per fortuna in America, sempre per la storia del popolo giovane dalla storia relativamente recente, ci sono un sacco di adulti che sembrano condividere la passione di Pierrot, e vecchie linee vengono sistematicamente restaurate e rimesse in funzione just for fun. Così per festeggiare il suo complenno siamo stati in Colorado, sulla Durango and Silverton Narrow Gauge Railroad, antica linea che collegava Durango a questa città creata per ospitare i cercatori d'oro, a tremilacinquento metri nelle San Juan Montains, coda delle Rocky. Il Colorado all'inizio dell'autunno vale la pena un giro in treno anche se non si appasionati di antiche locomotive: le tre ore di viaggio tra le montagne, lungo il fiume o a ridosso di canyons profondissimi, in mezzo alle foreste dai colori incredibili, sono trascorse molto veloci. Poi c'è stato il museo dei treni e l'immancabile sosta di mezz'ora intorno ala plastico di Thomas the Engine. Insomma siamo tornati da Durango stravolti e con le facce nere di carbone, ma Pierrot detto Toto è apparso soddisfatto. Happy birthday, my little engineer!
Non siamo stati a Ground Zero. C'eravamo stati tre anni fa, e questa volta i SB sarebbero stati probabilmente abbastanza grandi da intuire qualcosa di sbagliato nel grande buco trai grattacieli, ma troppo piccoli per capire la magnitudine del disastro. Il nuovo centro è stato ufficialmente inaugurato due giorni dopo che abbiamo lasciato New York - molti progetti interessanti, mi piace l'idea delle fontane con i nomi delle vittime iscritte sulle pareti. Larga parte del piano è ancora in the making, ma a New York questa è una cosa che anzichè disturbare in un certo senso armonizza con il resto della città.
Tutti i giornali e probabilmente le televisioni hanno dedicato grandissimi spazi alle celebrazioni del decimo anniversario dell' undici settembre, e le opinioni in merito erano molto diverse, al di là del comune denominatore di nostalgia e malinconia. Un messaggio che però mi è sembrato più diffuso di altri era questo: Let it go, lasciar andare, non dimencare ma nemmeno usare la rabbia e la disperazione di quei giorni come una ragione ancora valida per giustificare decisioni prese dieci anni dopo. Non è un messaggio che coincide esattamente con il Vangelo di questa settimana, incentrato sul valore del perdono, anche se si sovrappongono in parte. Mi sembra più interpretabile come un'ammissione dei propri limiti, dell'incapacità di una piena comprensione degli eventi e delle ragioni di chi li ha provocati - forse un atteggiamento che sarebbe stato più scontato e immediato in un popolo europeo, ma per quello americano implica una messa in discussione dei propri valori, storia e cultura molto profonda e non facile. Eppure c'è in corso una presa di coscienza della necessità di rivalutare l'efficacia delle scelte politiche fatte sulla scia di quegli eventi, e di andare oltre, di celebrare il futuro, ad esempio la capacità di New York di rimanere un centro di gravità mai veramente messo in discussione, dai giorni di Ellis Island in avanti. Non so, mi è sembrato un piccolo segnale di speranza per tutti, dappertutto.
"Okay, okay, I'll throw in another clock." In the year 1626 a Dutchman, Peter Minuit, bought the island of Manhattan from the Indians for twenty-four dollars worth of handy housewares. It remains the biggest bargain in American history. Businessmen say that now he would have to throw in another eight billion dollars.
And no wonder.
(M. Sasek, "This is New York")
Il bello degli fisici nucleari è che ogni tanto organizzano conferenze in posti interessanti. A pensarci bene non ho mai visto H arrivare da un convegno soddisfatto in termini di scambio di conoscenze, in compenso torna sempre con belle foto e buone idee per le vacanze. Ogni tanto capita che ci accozziamo anche noialtri tre. L'ultima conferenza è stata in New Jersey, in un residence sull'oceano a un' ora di treno da New York. Eufemisticamente si potrebbe dire che ho appoggiato la sua partecipazione; in pratica, ci è mancato poco che l' abstract lo mandassi io ("Impact of the ocean waves on the wellbeing of the twentysix-weeks-pregnant woman"). Insomma, alla fine siamo partiti tutti, e approfittando del Labour Day e del weekend siamo stati via una settimana, quattro giorni a New York e tre a Longbranch.
I love New York. Ci sono stata la prima volta a sedici anni e sono rimasta comprensibilmente folgorata. Pero mi è successo anche quando ci sono tornata a ventinove e anche la settimana scorsa, e nel mentre un po' di mondo l'ho girato ("Ma NY è poi tanto diversa da Londra?" "Si.") H ha delle perplessità sul traffico, sulla relativa mancanza di spazi verdi, sulla concentrazione di persone, sui ritmi accelerati della metropoli. Cose che non scalfiscono il mio entusiasmo, che i Signori Bambini, come sempre, hanno assorbito come spugne mantenendosi eccitati e iperattivi per tutto il soggiorno. Nota di colore: abbiamo dimenticato a Los Alamos alcuni items abbastanza essenziali, tra cui il passeggino - l' incubo di ogni genitore. Per fortuna Verdun è entrata in modalità Maurizio Damilano e ha camminato per Manhattan in lungo e largo, distratta della densità di gente, taxi e Starbucks. In compenso, io e H abbiamo rischiato l' amputazione degli arti superiori, sfibrati dal sostenimento prolungato del non-longilineo Pierrot. E' andata.
Nell' infinita offerta culturale locale abbiamo pescato attività che avessero un minimo di rilevanza per tutti. Mmm. Con un leggero sbilanciamento verso il settore più giovane della famiglia. Insomma, tra le ninfee di Monet al MoMa e l' orso polare al Central Park zoo, ha vinto l'orso. Abbiamo anche preso il ferry per la Statua della Libertà ed Ellis Island, e al ritorno abbiamo fatto la doccia le fontane a zampillo di Battery Park. Siamo stati al "Museo dei dinosauri" e al planetario, e al Disney Store di Times Square che è come una show room dove piu roba tiri giù, più sono contenti e se ti vedono provare il costume di Cinderella ti portano subito scarpette e tiara, per completezza. Abbiamo zigzagato per Central Park,tra lo zoo, il lago delle barchette, la statua di Alice in Wonderland e il burattinaio che ha incantato Verdun. Siamo stati a Bryant Park di notte, quando le uniche luci sembrano quelle riflesse dai grattacieli intorno, e i SB hano organizzato un birthday party sul prato per i loro amici immaginari.
L' ultimo giorno pioveva a dirotto, così ci siamo rifugiati nella Central Library, sezione kids, dove custodiscono tra le altre cose i pupazzi originali di Winnie-the-pooh and friends. Siamo anche riusciti a vedere il resto della library, le collezioni e le sale studio, e il bookworm che è in me avrebbe volentieri piantato radici lì.
Invece ci siamo poi spostati in New Jersey, dove il tempo è stato abbastanza inclemente, ma i SB non hanno fatto una piega: hanno giocato sulla spiaggia per ore, in kway, e invece che nell'oceano, il bagno l'hanno fatto nella spa dell'hotel.
E così è andato anche l' ultimo sprazzo di vacanza, l' ultima vacanza in quattro. A Los Alamos siamo stati accolti da un clima decisamente autunnale. Per la prima volta dopo anni, tuttavia, ho voglia di autunno, di aria fredda, di umidità, di foglie per terra, di cinnamon dolce latte bollente, di coprirmi e tenere al caldo la pancia che cresce veloce. Di vivere quest' ultimo trimestre di attesa in toni un po' più lenti , compatibilmente con i ritmi dei futuri Big Brother and Big Sister, i cui feelings per il nuovo fratellino al momento oscillano fra curiosità, eccitazione e timore da invasione barbarica. Brace yourselves, guys!
Da Londra siamo volati in Sicilia. Una settimana di mare a Cefalù, poi un breve tour con una macchina affittata sul posto: Palermo, Agrigento, Siracusa. La Sicilia è potenzialmente bellissima. Solo che a me, a forza di girare con i Signori Bambini, è venuta questa sorta di deformazione professionale per cui le prime cose che noto quando visitiamo un posto nuovo sono l' attitudine, le attenzioni e le attrezzature dedicate ai piccoli. Dopo anni di consultazione ossessivo-compulsiva della Lonely Planet, sono passata a scrivere mentalmente la Lonely Planet for kids ogni volta che esco di casa. La premessa è per spiegare perchè in tante occasioni la Sicilia mi abbia fatto cascare le braccia. Certo, c'era il mare davvero pulito, e la spiaggia con la sabbia fine e le conchiglie che assicurano ore di intrattenimento per qualunque infante, e specialmente per i nostri che vivono a duemila km dalla spiaggia più vicina: Pierrot era soprattutto interessato a trafficare con camion, palette e secchielli sulla spiaggia, mentre Verdun avrebbe passato ore in acqua. Solo che finiva tutto lì: il mare, la spiaggia, la vegetazione lussureggiante potevano compensare il caldo e l' umidita, ma non la trascuratezza con cui si presentava tutto il resto. Come l'area pedonale intasata di motorini che correvano come schegge facendo rasette ai passeggini; i marciapiedi rotti e sporchi; i parcogiochi minimi, vandalizzati, esposti al sole; ancora troppa gente che fuma noncurante di avere dei bambini vicino; and so on. Stesse condizioni nelle città che abbiamo visitato, a parte Siracusa, che mi ha lasciato un'impressione migliore. Mi sono sembrati segni di un'arretratezza culturale a cui non ero preparata, e mi ha amareggiata un po'. Davvero si può fare di meglio, e non ci vorrebbe neanche tanto. Mi piacerebbe tornare in Sicilia tra qualche anno e trovarmi smentita, realizzare che fosse solo una questione di catching up, chissà.
Poi siamo tornati a Torino, e le ultime due settimane di vacanza le abbiamo dedicate alle nostre famiglie e ai nostri amici, il che comporta sempre un tour de force tempistico e organizzativo che ci lascia puntualmente stravolti, ma un po' più sereni, non fosse altro che per tutte quelle facce che dopo tanti anni di assenza ci accolgono ancora con entusiasmo.
Insomma vacanze lunghe e intense, accumulando giorni di ferie ancora da maturare (H mi fa notare che al momento è a -17), tempo dedicato a noi quattro e poi a far conoscere ai SB quella famiglia allargata di cui si ricordavanno pochissimo. Good times.
Qualche immagine ricordo delle nostre vacanze, prima che svaniscano del tutto.
Prima tappa: London.
Se hai vissuto in una città per tre quarti della tua vita, stai via per otto mesi e quando torni non ti ricordi di averci mai messo piede, i casi sono due: o sei molto vecchio, o sei molto giovane. In entrambi i casi, per chi assiste alla scena lo spettacolo è un po' sconfortante. Non mi aspettavo molto da Pierrot, ma un barlume di familiarità da Verdun si. Nein, familiarità. Tuttavia deve essersi resa conto che ci fossero delle aspettative: siamo tornati in questo parcogiochi a Marylebone, dove avrei diritto a una placca blu solo per le infinite code davanti alle altalene praticamente quotidiane. Verdun si è guardata intorno spaesata e mi ha chiesto:
"Tu ci sei gia stata qui?"
Eh, occasionally.
Nevermind.
Io e H abbiamo avuto la sensazione opposta, quella di non esserci mai mossi di lì, non fosse che per qualche altra vetrina che ha dovuto lasciare il posto a un ristorante libanese, lo starbucks di fiducia che aveva cambiato gestione e il bambino nuovo di zecca dei nostri amici italiani. Era ancora tutto lì, tutto quello che ci ha attirato e tutto quello che ci ha fatto venir voglia di fuggire: il cielo sempre grigio e la sensazione costante di freddo nelle ossa, il melting pot, i parchi curatissimi, la metro, l'accento irritante dei veri londoners, la loro schiettezza, il flusso rapido e incessante di persone e possibilità che può elettrizzare o angosciare, a seconda dei giorni.
Non ci sono foto della settimana londinese, proprio perchè non ci sentivamo per niente in vacanza. Appena sbarcati a Heathrow siamo invece immediatamente entrati in hyperactive mode, per adeguarci allo spirito del luogo. H ha incontrato il suo vecchio supervisor e hanno prodotto idee che dovrebbero riempire tre articoli, a suo dire. Io ho avuto la mia intervista di dottorato, che inizierò ufficiamente a ottobre, anche se sono mesi che lavoro al proposal. E' stato un raro momento di gloria, e soprattutto un'opportunità per discutere il mio progetto con persone competenti, interessate e addirittura apparentemente entusiaste. Non che H non abbia fatto del suo meglio per apparire interessato ed entusiasta, ma ho sempre avuto il dubbio che quando gli parlavo del proposal lui facesse codici nella testa.
I Signori Bambini sono stati palleggiati da un genitore all' altro e ovviamente hanno visto più cose in una settimana che nei tre anni in cui hanno vissuto lì.
Nella loro classifica delle London's top tourists' traps: il parco di Peter Pan nei Kensington Gardens; il children's zoo di Battersea, anche se l'animale più esotico è il lemuro; il Natural History Museum, specialmente lo shop; Trotters, dove le parrucchiere ti tagliano i capelli mentre sei distratto a guardare l' enorme acquario, e alla fine puoi avere un lecca lecca e un certificato di buona condotta; gap kids in High Street Ken, così grande e incasinato che a nessuno importa se i bambini si scelgono i vestiti da soli; e la pizza sulla south bank, nel ristorante da cui si può controllare il viavai delle barche sul Tamigi.
Ci manca Londra? No. Non ci tornerei a vivere neanche morta? Non è vero neanche questo. Mixed feelings.
Un'estate in fuga: mentre a Los Alamos bruciavano le pinete, noi eravamo in Sicilia. Due ore dopo che siamo decollati da Catania, hanno chiuso l'aereoporto per un improvviso aumento di concentrazione di ceneri vulcaniche nell'aria. Il giorno dopo che lasciamo Torino, terremoto. Le calamità naturali sembrano mancarci per un soffio. In compenso in termini di catastrofi fai-da-te non ci facciamo mancare nulla: tornare in America una settimana dopo H per sfruttare un po' di più i biglietti strapagati, per esempio, non si è rivelata un' idea brillante.
E' noto che la ratio ideale per i viaggi è 3 adulti: 1 bambino. 1 adulto: 2 bambini è invece premessa di esurimento fisico e nervoso, per tutti e tre, specialmente se il tragitto comporta tre voli e 23 ore complessive di viaggio. Atroce. Comunque, è andata: siamo arrivati tutti e tre interi e senza aver perso per strada niente di fondamentale. Poteva andare peggio: lo zaino con tutti i documenti, biglietti, passaporti e cash che ho dimenticato alla dogana avrebbe potuto raccoglierlo qualcun altro, anzichè il poliziotto che me lo ha restituito mezz' ora dopo con sguardo compassionevole. Verdun avrebbe potuto rovesciarmi addosso un bicchiere di vino anziche il suo apple juice, e allora sarebbe stato più difficile autoconvincersi che l' alone fosse quasi invisibile. Il signore seduto davanti avrebbe potuto girarsi e inveire contro Pierrot almeno una ventina di volte, invece di sopportare stoicamente calci sulla schiena per dodici ore - unica spiegazione plausibile è che sia stato nella mia stessa situazione qualche anno fa.
Arrivata ad Albuquerque, ho promesso a me stessa che sarebbe stato il mio ultimo viaggio da sola con due bambini, nella piena consapevolezza che si trattava dell'ultima di una lunga serie di promesse mancate. Tipo quelle fatte tra una contrazione e l' altra in attesa della comparsa di Verdun, poi smentita e ripetuta tra una contrazione e l'altra in attesa della comparsa di Pierrot. E adesso è prevista una nuova smentita per dicembre... Perciò, pensandoci meglio, potrebbe essere la volta buona che terrò fede a una promessa fatta in condizioni disperate: si prospettano viaggi da sola con tre bambini, sperando di non dimenticarne nessuno alla dogana.
Il secondo aereo sta per atterrare ad Albuquerque: i Signori Bambini sono sopravvissuti al primo volo di dieci ore, alla coda chilometrica alla dogana, alla corsa per afferrare la coincidenza. Al momento però per loro sarebbero le due di notte, mentre fuori splende il sole - il sole più forte che abbiano mai visto, tralaltro. Di conseguenza Verdun è over excited, blatera in continuazione e non sta seduta per più di due minuti. Pierrot invece ha gli occhi sbarrati e un' aria un po' stranita.
Io e H facciamo del nostro meglio per ignorare tali dimostrazioni di squilibrio quando una hostess si avvicina con il carrellino bevande. E' una hostess old school, di quelle che hanno iniziato questa carriera in un momento storico che sembra già lontanissimo in cui le hostess parevano rubate alle passerelle e le bambine anzichè diventare veline sognavano di passare la vita a offrire caffè filtrato. Un deprecabile mondo pre-equal opportunities, political correcteness e, soprattutto, pre-ryanair & co, condizione ormai inimmaginabile.
Comunque, l'hostess in questione appare un po' acida. Quando Verdun inizia a urlare saltando sul sedile che vuole un succo di frutta, la fulmina con lo sguardo. Di fronte alle mie giustificazioni sul fatto che arriviamo da Londra e siamo in viaggio da quasi un giorno intero, la vecchia arpia osserva, indicando Pierrot:
"This one looks more shell-shocked than jet-lagged."
"Oh. Well..."
"I bet he feels that way, too."
"..."
Anyway, pur con qualche immancabile intoppo, siamo giunti a destinazione: jet-lagged, shell-shocked, ma tutti interi, senza dimenticare nessuno al gate. Inoltre, da tre notti i Signori Bambini crollano esaustialle 8 e mezza; purtroppo, io e H reggiamo si e no un quarto d'ora in più. Ancora tante cose da fare e da organizzare, ma da qui sembra tutto un po' più facile.
Non ci voleva poi tanto: è bastato raccogliere una mezza dozzina di documenti che provassero la nostra effettiva parentela; scattare un centinaio di foto a testa ai Signori Bambini, e poi ritoccarle per ore affinchè soddisfassero i rigidi criteri consolari; presentare altre carte che giustificassero il nostro trasferimento; compilare applications che richiedevano titoli di studio e curriculum dettagliato a partire dalla licenza media; recludersi volontariamente nel consolato americano per quattro ore, per un'intervista effettiva durata circa un minuto e mezzo; lasciare in ostaggio i passaporti e sperare in bene.
Tutto alle spalle, ormai: i passaporti sono arrivati, tutti e quattro corredati di visto che ci garantisce libero soggiorno sul territorio statunitense fino all' autunno 2012! Yup! Yankee Doodle went to town a-riding on a pony...
Sulla scia dell' entusiasmo, abbiamo finalmente prenotato il volo per il 18 ottobre: Londra-Houston-Albuquerque, un interminabile viaggio della speranza.
Ho una lista infinita di cose da fare e solo più due settimane. Nei momenti di angoscia estrema mi affido a uno dei miei filosofi di riferimento, Dr Jumba Jookiba: "Restare uniti. Sperare in miracolo. Altro non c'è."
Intanto oggi, dato che da qualche parte bisognava pur cominciare, ho portato Verdun a tagliare i capelli. Lei non appariva particolarmente convinta. La pettinatrice invece, palesemente over-enthusiast, le ha fatto un sacco di complimenti per come aveva "behaved like a big girl". Mah. Non mi risulta che i clienti di Tony&Guy vengano normalmente ricattati a colpi di soldini di cioccolata e lecca lecca per tenere la testa ferma. Comunque, il risultato è positivo: ho lasciato via libera alla pettinatrice ed è venuto fuori un taglio un po' anni '60, sembra la figlia di Don Draper. Naturally trendy Verdun.
Ti dicono: se a nove mesi Pierrot è già stato in vacanza in Italia, in Francia e in California, allora avere bambini non compromette la possibilità di viaggiare. E' giusto accendere una candela per illuminare qualche aspetto poco chiaro della questione.
Andare via di casa, anche solo per un weekend lungo, è qual che mi ha permesso di mantenere un livello soglia di lucidità mentale negli ultimi tre anni. Risparmiamo su tutto, ma un viaggio ogni tanto deve rientrare. Quindi, lo consiglio caldamente a ogni genitore - e non, ovvio.
Riguardo al viaggiare con pupi, ho formulato quattro postulati basati sulla mia esperienza di vacanze con i SB:
1.programmare tutto nei minimissimi dettagli: partenza, arrivo, orari, mezzi, pasti, cosa portare e cosa comprare sul posto, and so on spontaneità e improvvisazione vanno comunque messe in valigia per affrontare al meglio il punto 2, e cioè
2.essere sempre pronti a buttare all' aria i piani e dedicarsi a tutt' altro
3. arrivare dappertutto in anticipo. largo, larghissimo anticipo;
il modo di perdere tempo si trova sempre, recuperarlo è impossibile. Scrive quella che è stata costantemente in ritardo per i primi 27 anni edella sua vita, e poi ha smesso. Incidente chiave in questo cambio di rotta è stata la perdita dell' aereo per tornare in italia quando Verdun aveva 6 mesi, con conseguente pernottamento nell' aereoporto di Stansted per prendere il volo successivo, alle 7 del mattino. Cose che lasciano il segno.
4. ridimensionare le aspettative. ridimensionarle brutalmente, intendo. Mettiamola così: se la propria idea di vacanza involve una o più delle seguenti attività:
relax cultura bighellonamento nel duty free film sull'aereo romanticismo people-watching,
allora, grosse delusioni in arrivo.
Il concetto di vacanza va riformulato come segue: sopravvivenza in un posto diverso da casa per un certo numero di giorni. Se in questi giorni si riesce non perdere più di tre oggetti essenziali e ad avere almeno un momento Wow, guarda dove siamo!, la missione è da considerarsi riuscita, big cheers all around.
Detto ciò, rimango dell'idea che cambiare aria faccia bene, a tutti e quattro. Soprattutto a me e H, probabilmente, ma del resto, come insegnano le hostess, prima di mettere la mascherina ai bambini devi essere in grado di respirare tu povero adulto responsabile.
Un altro punto dolentissimo nella nostra famiglia sono le foto: dietro ad ogni immagine mulino bianco style pubblicata qui, ci sono venti scatti in cui Verdun si gira di proposito dalla parte opposta alla macchina o corre incontro al fotografo di turno cercando di strappargliela di mano; ore o ore di contrattazione che finiscono quasi sempre con compromessi di cui non vantarsi del genere: ok, se ti fai fare una foto decente puoi avere un leccalecca/ un biscotto/ un soldino di cioccolato/ ok, tieniti la macchina foto e facci cosa vuoi.
Così la scheda della macchina è sempre piena di foto di scarpe e marciapiedi
In passato ho studiato come si definiscano "veri bilingui" i bambini esposti a una seconda lingua entro i tre anni, e come questo sarebbe scientificamente giustificato dal fatto che usano la stessa zona del cervello per immagazzinare informazioni su entrambe le lingue in uso. Se invece l' aquisizione avviene dopo i tre anni, si attivano altre aree del cervello, per cui la seconda lingua non raggiunge la stessa fluidità.Ok.
In seguito al nostro soggiorno in Francia mi sento in grado di aggiungere un corollario a questa teoria (secondo me comunque abbastanza discutibile): forse dopo i trent' anni è meglio lasciar perdere del tutto ;)
Mi è venuto in mente osservando H alle prese con il francese - un caso disperato. Boh. Sarè che io il francese lo parlo da tanti anni, ho vissuto un anno nella sauvage Auvergne, sogno di vivere a Parigi un giorno o l'altro, e, dato non trascurabile, ascolto il piemontese da quando sono nata, ma a me sembre una lingua abbastanza immediata. Ovviamente sono stata smentita. H si blocca sulla distinzione fra i fonemi u, ou e eu: chi mastica un po' di francese capirà che non è un indizio che faccia sperare in bene. Perdipiù, overconfident del suo inglese, pretende di parlarlo dappertutto, sbagliando. 'Che si sa che i francesi, specie se camerieri, anche se magari l' inglese lo sanno, tendono far finta di no, e soprattutto a ignorare palesemente qualunque richiesta che non avvenga nella loro lingua. Bisogna prenderli cosi, fa parte del folklore locale.
In proposito è stato illuminante l' incontro in un parco giochi di St-Malo con l' amico Bastien, seienne, per cui Verdun ha avuto una folgorazione. Quando ha scoperto che venivamo da Londra, Bastien si è illuminato, e ci ha spiegato che a scuola aveva imparato l' inglese. Sfortunatamente intanto Verdun era entrata in una fase di mutismo - come sempre quando ha a che fare con bambini più grandi.
Si è sbloccata quando lui le ha proposto di giocare a nascondino, ma quando lei ha iniziato a contare
"One, two, three..."
Bastien l 'ha fermata per puntualizzare:
"Non! C'est one, two, frì."
"Ehm, no, amico Bastien, è proprio one two three..."
"Bah, non , vous vous trompez , en fait c' est one, two, frì."
Così. Lapidario e vagamente condiscendente. Ho finito per dargli ragione, chiaramente.
Da cui si deduce che non è che i francesi non riescano a pronunciare determinati suoni, ma che proprio, fin dalla più tenera età, credono di essere dalla parte del giusto. Il potere dell'allure. Del resto, il bello dell'inglese è che ognuno lo parla un po' come gli pare.
Tricky business, compiere trent' anni: troppo giovane per il De Beers (not really), troppo vecchia per il festino etilico con cadaveri da raccogliere il mattino dopo (again, si sarebbe anche potuto fare, ma due dei tre invitati si sarebbero dovuti ubriacare a succo d'uva di peter rabbit), non è chiaro quale sia il modo giusto di santificare la festa.
Se poi hai due Signori Bambini e vivi a mille chilometri dalla maggioranza delle persone con cui ti piacerebbe festeggiare, esiste una significativa probabilità di andare a dormire la sera della fatidica ricorrenza con la sensazione di aver dimenticato qualcosa.
Per evitare tale deprimente scenario, ho fatto convergere la scelta del regalo su una minivacanza altrove, e la scelta dell'altrove è caduta sul nord della francia, Bretagne et Normandie.
Non si tratta di una destinazione casuale: la neotrentenne ha infatto speso un notevole numero di pomeriggi tardoadolescenziali sognando a occhi aperti un matrimonio a Mont-St-Michel, prepotentemente suggestionata da uno spot Fiat.
Sarà per la prossima volta.
Intanto, la famiglia al completo si è trasferita per cinque giorni a St-Malo, antica città corsara della Bretagne, rasa la suolo nel '44 e ricostruita identica a prima, solo con pietre nuove di zecca: l'effetto è un po' quello del vero finto castello medioevale del Valentino, comunque abbastanza piacevole.
L'unica cosa rimasta illesa dai bombardamenti sono state le mura, impressionanti per dimensioni e passato autentico. In genere le citta murate mi mettono un po' d'ansia, ma bello di St-Malo è che passeggiando sulle mura, praticamente da qualunque punto, si vede il mare, molto lindo dato che maree galoppanti e temperature proibitive non invitano a fare il bagno.
I Signori Bambini hanno comunque razzolato felicemente sulla spiaggia e persino fatto amicizia con due locals.
Pierrot, entusiasta della scoperta dell'elemento sabbia, ha inventato un gioco che potremmo paragonare al gioco della fiducia, ma senza rete: si tira in piedi, molla la presa e cade immediatamente all'indietro, rigido come un tronco. Quando va bene uno dei genitori lo acchiappa al volo; a volte va male, ma lui non demorde. Ci ripetiamo il mantra "I bambini sono di gomma" e speriamo in bene.
Il giorno del mio compleanno, che sarebbe anche la vigilia del quatorze juillet, siamo andati a Mont-St-Michel, che è il genere di posto che nonostante appaia un po' ovunque, visto dal vero non può lasciare indifferenti.
Certo, la dimensione spiritule del luogo va un po' a farsi benedire, persa tra le orde di turisti, i flash e le bancarelle; non abbiamo nemmeno potuto apprezzare granchè il lato romantico del viaggio, occupati a pescare Verdun che ogni due gradini perdeva l' equilibrio.
Quello che rimane è un ibrido tra religione e moda, dove la monaca suona le campane appesa alle corde come Quasimodo mentre lancia occhiatacce ai turisti giappi che tentano di immortalarla, e lo shop della cattedrale vende rosari accanto a pupazzetti di tintin e pelouches di paul the octopus.
Però se a forza di salire scale riesci a raggiungere la cattedrale vera e propria e a ricavarti cinque minuti di riflessione, è bello lasciarsi suggestionare dal misticismo della Merveille, come la chiamano, e non è un overstatement,e dalla forza centipeta di un luogo capace di attirare a sè tanta gente diversa attaverso il tempo e lo spazio.
I SB si sono comportati da turisti professionali: Verdun ha tirato fuori il suo lato Robocop, scalando i ventisettemila gradini senza neanche dare la mano, perchè.
"No picca, me! Pierrot picco, just nine months: lui dà mano!"
Il suddetto Pierrot è invece entrato in modalità stand-by, koalizzandosi nel babybjorn da cui ha alternato momenti di letargo a larghi sorrisi per le foto; da dimenticarsi della sua esistenza, non fosse per il buzz del generatore che gli tiene accesa l'aureola.
Giornata intensa, dunque. La sera siamo tornati in hotel abbastanza stravolti e ci siamo rotolati tutti insieme per un po' sul lettone, senza che nessuno si facesse bernoccoli importanti: insomma, è stato un buon compleanno.
Grazie al magico you tube, ho ritrovato il video della pubblicità : le voilà!
Partirono per la Toscana carichi di speranza e buoni propositi, senza un ombrello o una maglia pesante perchè ormai contagiati dal pregiudizio very british "Italia Marocco, una fazza una razza".
Furono puniti: la ridente Collodi li accolse con una settimana di pioggia a intermittenza, uno scenario fin troppo familiare. Eppure, nonostante l' umidità del 200%, la Toscana conserva il suo fascino; e questa zona in cui siamo stati, tra Lucca e Pistoia, è anche più bella di come la imaginassi, molto più verde e collinare delle provincie più a sud, che conoscevo già.
Sei giorni in eremitaggio, senza cellulari, internet, nè recapiti di nessun tipo, lasciando a casa tensioni e preoccupazioni sul futuro, che in questo periodo a volte prendono la meglio. Ci ha fatto molto bene, a tutti e quattro.
Io ho vissuto la mia esperienza mistica nella biblioteca della Fondazione Collodi, dove una bibliotecaria slightly over-enthousiast, suppongo per il fatto che non ci sia grande viavai, ha tirato fuori dagli scaffali prime edizioni di tutta la letteratura infantile italiana post-unitaria, corrispondenza originale di Collodi, saggistica e critica su Pinocchio degli ultimi centocinquant'anni ...
Chiaramente, questo è il tipo di esperienza che puo esaltare solo due categorie di persone, e cioè: a)bibliotecari di nicchia, e b)tesisti su Pinocchio. Un genere di entusiasmo un po' difficile da trasmettere, insomma.
Ne ho avuto la prova quando cercavo di spiegarlo a H, ("Pensa, oggi ho visto la prima edizione del Giannettino!", " Guarda, qua è dove è nata la nonna di Collodi!", and so on), il quale nella vita si occupa di plasmi spaziali; prima di conoscermi, per lui Pinocchio era un personaggio di un cartone di walt disney che non aveva visto, e anche tuttora, nonostante il coinvolgimento passivo, mantiene un discreto livello di aperto disinteresse.
Comunque, anche lui ha vissuto la sua esperienza mistica grazie al contatto praticamente ininterrotto con i SB e alla quantità significativa di pillole assunte per fronteggiare l' allergia al polline durante il soggiorno in agriturismo.
I nostri Signori Bambini, come sempre, mi hanno stupita per la loro fantastica capacità di adattamento e per il loro sguardo sempre attento ed entusiasta. In questa vacanza si sono scoperti naturalisti, e hanno fatto lunghe passeggiate nel bosco, nell' uliveto, nella vigna. Il giovane Pierrot era mesmerized dalla luce e dai colori, molto piu vividi di quelli a cui è esposto a Londra. Verdun ha scoperto che la frutta cresce sugli alberi, ha annusato fiori che profumavano sul serio, ha assistito al suo primo temporale con tuoni e fulmini.
Approfittando di una pausa tra un acquazzone e l' altro, una mattina abbiamo fatto una passeggiata lunga lunga in mezzo ai boschi per arrivare al Parco di Pinocchio , che è il genere di oasi pensata davvero per bambini di ogni età - una sorta di giardino botanico solcato da diversi sentieri attraverso cui ci si imbatte nelle statue dei personaggi del libro.
Verdun è stata particolarmente impressed dal pescecane, è entrata tre volte nella pancia e due sulla testa. Pierrot ha dato un bacino al Pinocchio trasformato in ciuchino, palesemente commosso dal suo triste destino.
Alla sera, prima di dormire, racconto a Verdun qualche episodio di Pinocchio: lei è attentissima. Ho un edizione della Giunti molto ben illustrata da Attilio Mussino. Non sono disegni ricchi e suggestivi come quelli di Innocenti, ma sono più child-friendly nella loro semplicità. A Verdun piacciono molto, specialmente quelli del gatto e la volpe.
Mi ricordo di quando era mio padre a raccontarci le avventure di Pinocchio: gli piaceva particolarmente quella del campo dei miracoli, suppongo per la morale "i soldi non crescono sugli alberi", leitmotiv di una vita. Mi piace intravedere un filo tra la ricerca per la tesi e quelle avventure ascoltate con gli occhi mezzi chiusi, e pensare che un giorno anche i SB potranno trovare ispirazione nel ricordo di una storia raccontate a bassa voce, appena prima di dormire.