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6.12.13

Amico mio, permetti una domanda...

... sai gia' che io domani parto per l'Olanda?

No, seriamente. Non proprio domani, ma tra un mese. H ha trovato un nuovo postdoc o qualcosa del genere ad Amsterdam a partire da gennaio. Appare piu' allegro di quanto lo abbia visto negli ultimi tre anni.
Noialtri quattro stiamo raccogliendo baracche, burattini e soprattutto il coraggio per cambiare di nuovo continente, per una destinazione tecnicamente piu' vicina all' Italia. In pratica, per qual che so di cultura e lingua olandese, potremmo pure andare a vivere in Cina.

Lasciare Los Alamos e' difficile. Ho il mal d'America preventivo. Probabilmente l'ultima filoamericana del globo, mi sono affezionata molto a questi posti, un po' per l'oggettiva bellezza naturale, ma soprattutto per i tanti amici che ci sono stati vicini in questi anni. Si spera che ci saranno nuovi amici, ma le persone incontrate qui manterranno davvero un posto speciale. L'accoglienza, la generosita' e la curiosita' con cui siamo stati accolti sono lezioni che spero davvero di riuscire a fare mie e di insegnare ai miei figli. 

Ci sara' molto che gli fara' spalancare gli occhi ad Amsterdam. Da lontano, appare come una citta' davvero ricca di storia, diversita', e di matti. Potenzialmente, un buon posto per crescere e per aprirsi al mondo. 
Due cose mi terrorizzano. Uno: il tempo, apparentemente very London-like. Due: la lingua. Al  momento ho messo da parte ogni considerazione personale per concentrarmi sui SB. Spero che la scuola olandese non sia troppo traumatica. Soprattutto per Verdun, che piu' dei fratelli si rende conto che dovra' salutare le sue amichette per sempre, che non potra' partecipare al concerto della scuola, che i suoi nuovi compagni non parleranno inglese. So che la aiuta l'idea che anche Pierrot sara' a scuola, perche' le elementari in Olanda iniziano a quattro anni. Sebbene ignaro di cosa lo aspetti, il suddetto Pierrot ha aspettative grandiose. Tutta Los Alamos, bus driver e barber compresi, sanno che comincera' ad andare scuola a "Damsterdamp".

Intanto, ci aspetta un capodanno in motel ad Albuquerque con cenone alternativo al Mc, in attesa di imbarcarsi il primo gennaio. I Signori Bambini, dopo essersi accertati che anche i loro giocattoli saranno spediti in Olanda, appaiono eccitatissimi all'idea: fantasticano su cosa ci sara' nella busta-bambini della KLM e sul contenuto dal vassoio della cena. Non vedono l'ora di vedere i canali, lo zoo e i negozi di formaggi, e  la casa nuova che non abbiamo ancora trovato. Si affidano a me e H con una fiducia che, per quanto ovvia, mi sorprende sempre, e mi carica di responsabilita' ma anche di voglia di fare, di vedere, di conoscere. Damsterdamp, stiamo arrivando.


29.7.13

NW


Every time I think I have reached a satisfactory knowledge of the great English language, Zadie Smith comes out with a new novel, which forces me to reread the first fifty pages two or three times. But then words start to flow again, and they sing about London, the brutal and vibrant one that I know so well, about the harsh reality of immigration and integration, about friendship. Passionate, authentic and poignant. More, please.

17.12.12

Monday morning

Tiro su le tendine, lascio che la luce del sole riflesso sulla neve inondi la tua stanza e il tuo faccino addormentato per finta, che aspetta un bacio per accendersi. Gli occhi che si spalancano e tu che chiedi: "Oggi e' Monday? I knew it!"
Si, perche' a cinque anni ti puoi anche alzare entusiasta di lunedi' mattina sulla premessa che la scuola ha organizzato un pranzo speciale, un potluck lunch, con tutte le tre prime classi e i genitori. E tu per  l'occasione ti sei fatta comprare i California Cuties, i mandarini, e i Chips Ahoy bianchi verdi e rossi, praticamente chocolate cookies in versione natalizia.

Mangi veloce il tuo porridge con le uvette e ti vesti in fretta per poter giocare con le tue bambole cinque minuti prima di uscire.
Camminiamo insieme nel sentierino tra le case, l'aria gelida e purissima che ci sveglia i polmoni, un passo io, due tu, fino alla fermata dello schoolbus davanti alla piscina. Ci sono ancora due minuti per chiaccherare, per ricordare le cose belle della domenica appena trascorsa. Arriva il 129, ti infilo lo zainetto in spalla, mi dai tre bacini e ti prepari a scalare quegli scalini che fino a pochi mesi fa ti facevano paura. Adesso invece si vede che sei contenta, che non vedi l'ora di essere a scuola e di rivedere i tuoi amici dopo il weekend.
 
"Are you sad?", mi chiedi prima di lasciarmi la mano.
"No. I' m happy. You make me very very happy. I love you best of all. Go, now "
Non c'e' stato un giorno negli ultimi cinque anni e mezzo in cui abbia aperto gli occhi e non mi sia sentita felice, fortunata, blessed. Ma e' vero che in questi giorni la felicita' fa paura. La tragedia della scuola elementare di Newtown si e' abbattuta su tutto questo Paese grande e diverso ma effettivamente unito, e l'ha scosso profondamente. Lo leggo nelle facce di tanti altri genitori, nel bisogno di stringersi i bambini  piu' vicini, nel distacco quatidiano che sembra un po' piu' difficile del solito. Quelle famiglie straziate del Connecticut  erano uguali alla mia, avevano ritmi e facce incredibilmente simili, e per questo la loro tragedia sembra tanto vicina e insopportabile. Giorni cupi.

11.1.12

On ice

Weekend all'ice rink, girls only. Verdun inizialmente timorosa, dopo cinque minuti non abbastanza. Mi ha comunque tenuta per mano tutto il tempo, evento ormai rarissimo al di fuori della pista del ghiaccio. Io ho fatto del mio meglio per nascondere la mia innata maldestrezza, cercando invece di apparire serena, equilibrata e in controllo, e persino credibile.
Il che riassume un po' la situazione generale del momento: mi sorge a volte il dubbio di stare cercando di juggling troppe cose, ma lo ignoro. Non ho ancora capito bene quale sia la routine che mi dovrebbe permettere di assolvere i miei tasks minimi di mamma (con Verdun che vuole assolutamente che le insegni a leggere, chiaramente stufa marcia di aspettare che qualcuno legga per lei; Pierrot, che tra un po' si spannolina da solo perchè vuole mettere le mutande di thomas the engine come l' amico M.; e P'tit Loup genericamente impegnato a superare le innumerevoli milestones del primo anno di vita), moglie (davvero H, non ci ho messo una pietra sopra, I' m trying to fit in that too), portare avanti la ricerca per il dottorato, ritrovare una forma fisica meno spenta, mantenere la casa sopra la soglia della decenza, rispondere al telefono ai miei genitori, occasionally... long long list.
A pensarci bene, mi vengono dei mezzi attacchi di panico. A pensarci meglio, non cambierei una virgola.




12.12.11

Proust questionnaire @ 39th week

(While I wait for those Vanity Fair people to take notice of my existance...)

What is your current state of mind?
On the verge of nervous exaustion, but only for the last four and half years. Also very happy at times, albeit in a slightly drunken way.

What is your idea of perfect happiness?
Opening the presents on Christmas day in five.

What is your greatest fear?
Baby coming out with a tail. Or with Dr Spock ears. Or never coming out. And other such rational fears.

Which words or phrases do you most overuse?
"Ooops" and "Sorry". Being unable to see under my belly, I keep bumping into my children. On some unfortunate occasions, I've also bumped into someone else's children: not a good way to make new mommy friends, btw.

What are your favourite names?
Caterina and Pietro. And they are taken (I came up with the grand idea of letting them two to choose your name, baby. So that they'd feel involved, of course; also, here's something you won't be able to list when you will be catalogueing my ineptitudes in fifteen years or so - ah!)

What is your greatest regret?
Having booked a tour of the OB department, where I have been informed that "Babies here come out really, really blue, since we are the highest hospital in the country", and "If something goes wrong an helicopter comes up from Albuquerque in only twenty minutes". Nothing to worry about, then!

What is the trait you most deplore in yourself?
Impatience.

What is the trait you most deplore in others?
Procrastination (I know, baby, it's a loud and noisy world out there, but you will have to come out anyway at some point, and all this waiting is not going to make things easier, for any of us. Besides, most of the noise you are hearing is made by Big Sister and Big Brother, who happen to be among the very finest people I've met in my life, and hopefully in yours too. Scary stuff, but really worth a try)

What is your current motto?
"Keep calm and carry on" will do.

31.8.11

Cartoline dall' Eurotour (continued)

Seconda tappa: Italì.

Da Londra siamo volati in Sicilia. Una settimana di mare a Cefalù, poi un breve tour con una macchina affittata sul posto: Palermo, Agrigento, Siracusa.
La Sicilia è potenzialmente bellissima. Solo che a me, a forza di girare con i Signori Bambini, è venuta questa sorta di deformazione professionale per cui le prime cose che noto quando visitiamo un posto nuovo sono l' attitudine, le attenzioni e le attrezzature dedicate ai piccoli. Dopo anni di consultazione ossessivo-compulsiva della Lonely Planet, sono passata a scrivere mentalmente la Lonely Planet for kids ogni volta che esco di casa.
La premessa è per spiegare perchè in tante occasioni la Sicilia mi abbia fatto cascare le braccia.
Certo, c'era il mare davvero pulito, e la spiaggia con la sabbia fine e le conchiglie che assicurano ore di intrattenimento per qualunque infante, e specialmente per i nostri che vivono a duemila km dalla spiaggia più vicina: Pierrot era soprattutto interessato a trafficare con camion, palette e secchielli sulla spiaggia, mentre Verdun avrebbe passato ore in acqua.
Solo che finiva tutto lì: il mare, la spiaggia, la vegetazione lussureggiante potevano compensare il caldo e l' umidita, ma non la trascuratezza con cui si presentava tutto il resto. Come l'area pedonale intasata di motorini che correvano come schegge facendo rasette ai passeggini; i marciapiedi rotti e sporchi; i parcogiochi minimi, vandalizzati, esposti al sole; ancora troppa gente che fuma noncurante di avere dei bambini vicino; and so on. Stesse condizioni nelle città che abbiamo visitato, a parte Siracusa, che mi ha lasciato un'impressione migliore.
Mi sono sembrati segni di un'arretratezza culturale a cui non ero preparata, e mi ha amareggiata un po'. Davvero si può fare di meglio, e non ci vorrebbe neanche tanto. Mi piacerebbe tornare in Sicilia tra qualche anno e trovarmi smentita, realizzare che fosse solo una questione di catching up, chissà.

Poi siamo tornati a Torino, e le ultime due settimane di vacanza le abbiamo dedicate alle nostre famiglie e ai nostri amici, il che comporta sempre un tour de force tempistico e organizzativo che ci lascia puntualmente stravolti, ma un po' più sereni, non fosse altro che per tutte quelle facce che dopo tanti anni di assenza ci accolgono ancora con entusiasmo.

Insomma vacanze lunghe e intense, accumulando giorni di ferie ancora da maturare (H mi fa notare che al momento è a -17), tempo dedicato a noi quattro e poi a far conoscere ai SB quella famiglia allargata di cui si ricordavanno pochissimo. Good times.





30.8.11

Cartoline dall'Eurotour

Qualche immagine ricordo delle nostre vacanze, prima che svaniscano del tutto.

Prima tappa: London.
Se hai vissuto in una città per tre quarti della tua vita, stai via per otto mesi e quando torni non ti ricordi di averci mai messo piede, i casi sono due: o sei molto vecchio, o sei molto giovane. In entrambi i casi, per chi assiste alla scena lo spettacolo è un po' sconfortante. Non mi aspettavo molto da Pierrot, ma un barlume di familiarità da Verdun si. Nein, familiarità. Tuttavia deve essersi resa conto che ci fossero delle aspettative: siamo tornati in questo parcogiochi a Marylebone, dove avrei diritto a una placca blu solo per le infinite code davanti alle altalene praticamente quotidiane. Verdun si è guardata intorno spaesata e mi ha chiesto:
"Tu ci sei gia stata qui?"
Eh, occasionally.

Nevermind.
Io e H abbiamo avuto la sensazione opposta, quella di non esserci mai mossi di lì, non fosse che per qualche altra vetrina che ha dovuto lasciare il posto a un ristorante libanese, lo starbucks di fiducia che aveva cambiato gestione e il bambino nuovo di zecca dei nostri amici italiani. Era ancora tutto lì, tutto quello che ci ha attirato e tutto quello che ci ha fatto venir voglia di fuggire: il cielo sempre grigio e la sensazione costante di freddo nelle ossa, il melting pot, i parchi curatissimi, la metro, l'accento irritante dei veri londoners, la loro schiettezza, il flusso rapido e incessante di persone e possibilità che può elettrizzare o angosciare, a seconda dei giorni.

Non ci sono foto della settimana londinese, proprio perchè non ci sentivamo per niente in vacanza. Appena sbarcati a Heathrow siamo invece immediatamente entrati in hyperactive mode, per adeguarci allo spirito del luogo. H ha incontrato il suo vecchio supervisor e hanno prodotto idee che dovrebbero riempire tre articoli, a suo dire. Io ho avuto la mia intervista di dottorato, che inizierò ufficiamente a ottobre, anche se sono mesi che lavoro al proposal. E' stato un raro momento di gloria, e soprattutto un'opportunità per discutere il mio progetto con persone competenti, interessate e addirittura apparentemente entusiaste. Non che H non abbia fatto del suo meglio per apparire interessato ed entusiasta, ma ho sempre avuto il dubbio che quando gli parlavo del proposal lui facesse codici nella testa.

I Signori Bambini sono stati palleggiati da un genitore all' altro e ovviamente hanno visto più cose in una settimana che nei tre anni in cui hanno vissuto lì.
Nella loro classifica delle London's top tourists' traps: il parco di Peter Pan nei Kensington Gardens; il children's zoo di Battersea, anche se l'animale più esotico è il lemuro; il Natural History Museum, specialmente lo shop; Trotters, dove le parrucchiere ti tagliano i capelli mentre sei distratto a guardare l' enorme acquario, e alla fine puoi avere un lecca lecca e un certificato di buona condotta; gap kids in High Street Ken, così grande e incasinato che a nessuno importa se i bambini si scelgono i vestiti da soli; e la pizza sulla south bank, nel ristorante da cui si può controllare il viavai delle barche sul Tamigi.

Ci manca Londra? No. Non ci tornerei a vivere neanche morta? Non è vero neanche questo. Mixed feelings.


(to be continued)

21.8.11

Black and white and grey

Ti puoi anche illudere di essere lontana da Torino da abbastanza tempo da non sentirne neanche più nostalgia. Parlarne poco, quasi mai. Cancellare foto dal computer. Ignorare certe canzoni ancora in memoria sull'ipod. Descriverla come la casa in cui sei cresciuta, un posto importante ma non necessariamente quello in cui vorresti tornare a vivere - 'che essere fuidi, capaci di adattarsi ed entusiasmarsi per nuovi habitat è diventata un po' la tua parola d'ordine.
Poi però ti capita una domenica pomeriggio di sfogliare il New York Times Magazine e incappare in una pubblicità della Rosetta Stone, corredata da foto in bianco e nero di Piazza Vittorio, all' alba, luce grigia sul pavè e poche macchine in giro. Non una didascalia, un indizio, niente. Non si vede neanche la Gran Madre, coperta da un gioco di luce - ma tu la vedi benissimo.
Allora succede di realizzare con un discreto senso di smarrimento che tu e l'uomo di fronte, a sua volta impegnato a leggere un inserto domenicale mentre controlla che i pargoli non si rovescino addosso la cioccolata calda, siete probabilmente gli unici individui in tutto il New Mexico in grado di riconoscere istantanemente quella piazza. Di ricordarne l'eleganza e la maestosità, le passeggiate sotto i portici e le corse al mattino prestissimo, le sessions da shopaholic con le amiche, le prime uscite a due tentative e dentrolariasporcailtuo sorrisocontrovento. Di immaginare una vita parallela, chiedersi e se invece fossimo rimasti a orbitare da quelle parti . Roba che fa male al cuore, e bene all'anima. L'appartenenza è avere Piazza Vittorio dentro di sè.



6.1.11

Indovinami indovino

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto, o metà e metà?

“Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo del lunedì
avrà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno”.


("L' anno nuovo", Gianni Rodari)


L'anno nuovo inizia con una gran confusione, in testa e intorno: tante idee, troppi progetti. Pensieri futili e fondamentali si aggrovigliano: da cosa appendere ai muri della casa nuova, all'educazione dei SB, alla mia ipotesi di dottorato, e tutto quel che sta in mezzo. E in queste giornate che scorrono sempre troppo veloci non è facile ricavare tempo e energie per fermarsi a valutare cosa si possa veramente fare, cosa valga la pena di fare.
La presenza dei Signori Bambini rappresenta un fattore un po' strambo, contraddittorio: ingigantiscono il peso di qualunque decisione, perchè inevitabilmente li coinvolge, e poi la ridimensionano, per la consapevolezza che il loro bene rimane al primo posto, e che basta una loro carezza per far andare tutto bene.
E' ora di stabilire delle priorità nel mare delle possibilità evocate da Rodari, e cercare di metterle in pratica. Tempo fa mi sono appuntata queste parole- tratte dall'elogio di Fruttero a Lucentini - come promemoria e manuale di lavoro quotidiano: Costruire con la realtà e secondo i propri mezzi, senza perdersi dietro ricatti e dubbi. Con umiltà, tenacia e senso etico. Sempre avanti.

6.11.10

Spietata spontaneità

Prima di andare a vivere con H, condividevo un appartamento a Torino con altre quattro persone. Ho, degli anni passati in quella casa, molti ricordi belli, legati all' intimità speciale che si era creata con le mie coinquiline e ad alcuni momenti che mi hanno fatta ridere fino alle lacrime (mi fanno ancora ridere, in realtà, in genere quando sono sovrappensiero in situazioni totalmente inopportune...).
Unico aspetto negativo della casa di Torino era la metratura: era un appartamento grande grande grande. Il che tornava comodo quando c'era da far festa, e un po' meno quando c'erano da fare le pulizie. Non è che pulissimo granchè, ma il turno mensile appariva all'epoca estremamente gravoso. Quando toccava a me, puntualmente blateravo di quando sarei diventata una casalinga di lusso con tre cameriere sudamericane ad occuparsi della mia magione. Le mie colf immaginarie avevano anche dei nomi: si chiamavano Maria Carmela, Maria Dolores e Maria Maria.
Ora, è ormai chiaro che lo status quo di casalinga di lusso non è raggiungibile per questa vita. Tuttavia, in questa breve parentesi nel bed&breakfast newmexicano, in attesa di trasferirci nella casa nuova, si è materializzata Maria Dolores: è stato come incontrare il topino dei denti.

Maria Dolores è un signora messicana, sulla cinquantina, con lo sguardo dolce e un sorriso sempre pronto per i Signori Bambini, anche quando entrano con le scarpe piene di terra sui pavimenti su cui lei ha appena passato l'aspirapolvere. Tutte le mattine viene a pulire le nostre stanze e a rifare i letti - non il genere "tiro su il sacco del piumino-ho rifatto il letto", proprio un letto come si deve, con lenzuola, risvolto, doppi cuscini e tutto.Fino ad oggi le nostre conversazioni si erano limitate a ola-ola e sorrisi amichevoli. Stamattina però le avrei voluto chiedere di tornare un po' più tardi, perchè ieri sera i SB sono stati in piedi fino a ore improponibili per aspettare il papà che tornava dall' Arizona con un camion carico di mobili.

E' così che ho scoperto che Maria Dolores non parla una parola di inglese. Zero assoluto. Non solo, era divertitissima dal fatto che io non parlassi spagnolo.

"No habla espagnol?"

"Nope."

"Nada?"

"Nada de nada."

"Hahahahahahaha!"

Hey. La proverbiale spontaneità messicana può anche ferire.

Ho finito per comunicare in italiano aggiungendo s a casaccio - "dos el ramasos", anyone? Mi sono fatta capire, insomma, ma non è stato un momento brillante. Uno pensa, parlo inglese, è un passepartout universale: è tempo di ripensarci. Seconda good resolution per la vita a Los Alamos: imparare lo spagnolo.

1.11.10

In my cauldron

In my cauldron I do mix
a recipe for Halloween tricks
Hocus pocus, pumpkin stick
web of spider and apple pip,
breath of dragon, bark of dog,
meow of cat and honk of hog!





Alla fine ha vinto l'opzione A, e siamo rimasti a Los Alamos nel weekend. Non solo, ma ci siamo lasciati coinvolgere nei festeggiamenti, lasciando da parte per due giorni i pensieri riguardo alla casa nuova.
E' stata una scelta abbastanza simbolica, questa di festeggiare Halloween alla grande, come gli americani: simbolica di voglia di cambiare, di confrontarsi, di capire la realtà in cui ci ritroviamo. Non è una cosa scontata, quando si vive all' estero: se guardo indietro agli anni passati al Londra, mi rendo conto che nonostante tante soddisfazioni e traguardi importanti, ho sempre vissuto in Inghilterra da ospite osservatrice, quasi come se la vita laggiù fosse una parentesi tra un viaggio in Italia e l' altro. Ho cambiato pochissimo delle mie abituadini, dei miei riti. La mia casa, per come era sistemata e per quel che c' era dentro, avrebbe potuto benissimo essere a Torino, se non per i libri in inglese e qualche pacco di biscotti di tesco. Non ho fatto nessuno sforzo oltre allo stretto indispensabile per capire e adottare aspetti della cultura inglese, in parte per diffidenza, in parte per mancanza di energia, in parte per pigrizia. Negli anni passati a Londra ho lavorato molto su obiettivi personali e sul costruire le basi della nostra famiglia, mia e di H, ma questo mi ha lascito poco spazio per interagire con il resto del mondo.
E' tempo di cambiare orizzonti: una delle mie good resolutions per la nostra vita negli states, mia e della mia famiglia, è di aprirci alla cultura locale, di interrogare e capire tradizioni e abitudini diverse dalle nostre; tutto ciò mantenendo coscienza del valore delle nostre radici, dll' esperienza e degli incontri che ci hanno portato fin qui. Cercare di integrarsi senza disintegrarsi, insomma.
Questo è, in un certo senso, più facile e ovvio in quando sui emigra in un paese come gli Stati Uniti, nati come un calderone in cui si sono mischiate, con momenti più o meno facili, tradizioni e culture molto diverse; piu facile, ritengo, che in un paese europeo, dove le tradizione locali sembrano esere piu forti, e l'atteggiamento dei locals più diffidente.

Abbiamo cominciato con Halloween, che qui è la festa dei bambini per eccezione. E così, proprio io che provengo da una classica famiglia di educazione subalpina in cui il carnevale veniva tradizionalmente sdegnato o boicottato, mi sono ritrovata a scegliere con Verdun il vestitino e il cappello da strega, le calze lunghe nere, a disegnarle le lentiggini. Una mamma conosciuta in biblioteca mi ha prestato un vestito da gatto nero per Pierrot, perfetto nel ruolo di gobbolino il gatto della strega.



Siamo andati a vedere la parata in main street, la festa alla scuola elementare, e il pumpkin glow, la mostra notturna delle zucche intagliate e illuminate (no, non abbiamo comprato la zucca e il kit del perfetto intagliatore: lo riservo per l' anno prossimo, quando verdun potrà cimentarsi).
Domenica siamo stati a una piccola festa con altre famiglie con bambini dell'età dei nostri, e appena è venuto buio li abbiamo accompagnati a riempire i secchielli di treats per le strade del quartiere: Pierrot è rimasto in braccio a me, con gli occhi sbarrati per l' oscurità e per l' eccitazione palpabile intorno a lui. Verdun invece ha corso e saltellato come una vera strghetta, dando la mano a un pirata conosciuto un'ora prima come se fosse il miglior amico di sempre. A ogni porta aperta enunciava spavalda "Trick or treat?", e credo che non abbia smesso di ridere per un 'ora o più. Una serata speciale per lei, e anche per noi, di riflesso.



Insomma, abbiamo fatto un piccolo passo avanti, siamo usciti dalla nostra bolla e ci siamo diveriti molto. Verdun è entrata un po' troppo nella parte e adesso gira per casa imponendo le mani e dicendo:

Abraa Cadabraaa! Puff! Sono sparita!...
Hey, mamma, sono sparita?

Del resto, essendo arrivata qui in pieno delirio pre-Halloween, probabilmete pensa che in America la gente abbia zucche in giardino tutto l' anno e ogni tanto esca vestita da mummia o frankestein; ho deciso di lasciarglielo credere ancora per un po'.


19.10.10

Pierrot vs Jet lag

Il secondo aereo sta per atterrare ad Albuquerque: i Signori Bambini sono sopravvissuti al primo volo di dieci ore, alla coda chilometrica alla dogana, alla corsa per afferrare la coincidenza. Al momento però per loro sarebbero le due di notte, mentre fuori splende il sole - il sole più forte che abbiano mai visto, tralaltro. Di conseguenza Verdun è over excited, blatera in continuazione e non sta seduta per più di due minuti. Pierrot invece ha gli occhi sbarrati e un' aria un po' stranita.
Io e H facciamo del nostro meglio per ignorare tali dimostrazioni di squilibrio quando una hostess si avvicina con il carrellino bevande. E' una hostess old school, di quelle che hanno iniziato questa carriera in un momento storico che sembra già lontanissimo in cui le hostess parevano rubate alle passerelle e le bambine anzichè diventare veline sognavano di passare la vita a offrire caffè filtrato. Un deprecabile mondo pre-equal opportunities, political correcteness e, soprattutto, pre-ryanair & co, condizione ormai inimmaginabile.
Comunque, l'hostess in questione appare un po' acida. Quando Verdun inizia a urlare saltando sul sedile che vuole un succo di frutta, la fulmina con lo sguardo. Di fronte alle mie giustificazioni sul fatto che arriviamo da Londra e siamo in viaggio da quasi un giorno intero, la vecchia arpia osserva, indicando Pierrot:

"This one looks more shell-shocked than jet-lagged."

"Oh. Well..."

"I bet he feels that way, too."

"..."

Anyway, pur con qualche immancabile intoppo, siamo giunti a destinazione: jet-lagged, shell-shocked, ma tutti interi, senza dimenticare nessuno al gate. Inoltre, da tre notti i Signori Bambini crollano esaustialle 8 e mezza; purtroppo, io e H reggiamo si e no un quarto d'ora in più. Ancora tante cose da fare e da organizzare, ma da qui sembra tutto un po' più facile.


16.10.10

Seventeen boxes

Siamo in balia di un trasloco un po' sui generis, finanziato e quindi regolato nei modi e nei tempi dal laboratorio dove lavorerà H.
Succede così che un mattino ti arriva in casa un omino rotondo che ti fa aprire tutti i cassetti e gli armadi, e a occhio stima quante scatole ci vorranno per contenere il tutto. Il giorno dopo, l' omino manda due colleghi, presumibilmente non ancora maggiorenni, che in quaranta minuti ti svuotano casa, buttando tutto quello che hai di più caro in enormi scatole di cartone con la grazia tipica dell' uomo diciassettenne. Poi partono, il camion carico di diciassette scatoloni, un lettino e un seggiolone.
Lunedì saranno imbarcati, destinazione Los Angeles. Mah. Così a primo acchito l' impressione è che puntino al lato sbagliato del continente. Passeranno da Panama, credo. O forse faranno il giro dall'altra parte, chi puo dirlo. Li rivedremo, pare, "entro le prosime sei settimane": in the meantime, non ci resta che vivere con quello che riusciremo a caricare in due valigie. "In vacanza da una vita" o "Peggio dei profughi", dipende dai punti di vista.
Just in case il livello di paranoia non fosse già quasi insostenibile, abbiamo dovuto firmare un sacco di fogli per assicurare i nostri diciassette scatoloni contro eventualità del tipo scambio, naufragio, attacco di pirati, coccodrilli...

Aaand breathe. Cerco di assumere un distacco à la Saint-Exupèry, l' essenziale non sta in quelle casse blablabla, ma ci credo solo a metà. Io non sono un accumulatrice. Al contrario, sono figlia di due accumulatori, perciò ho sviluppato la tendenza opposta: più di una volta mi sono ritrovata a mentire riguardo a roba che avevo buttato ritenendola superflua - e poi tanto superflua non era (sorry, H :) . Questo per dire che tutto quello che è stato imballato è davvero prezioso per noi quattro. C'è anche Dog nella numero cinque! Infatti anche Verdun appare un po' tesa. Fa un sacco di domande del tipo: "C'è Starbucks in america?" "C'è la library in america?" "Ci sono i soldini di cioccolata in america?"
Ci piace parlare della casa nuova - di come la vorremmo, intendo, perchè la cercheremo quando saremo sul posto. Le racconto che nella casa nuova ci sarà una camera solo per i bambini dove lei e Pierrot potranno tenere i loro giochi, i libri, i vestiti e i pupazzi, e mi sembra che l' idea le piaccia. Vorremmo anche un divano grande e comodo. Niente moquette. E una finestra da cui vedere il sole e la luna, anzichè il muro di fronte: sarebbe bello.
Il suddetto Pierrot, con tempestività tipica della sua natura di signore bambino, è convalescente dopo cinque giorni di febbre a trentanove, che il medico ha collegato alla comparsa dell' ottavo dente. Rejoice, my boy, only twelve to go!

3.10.10

Habemus visas !

Non ci voleva poi tanto: è bastato raccogliere una mezza dozzina di documenti che provassero la nostra effettiva parentela; scattare un centinaio di foto a testa ai Signori Bambini, e poi ritoccarle per ore affinchè soddisfassero i rigidi criteri consolari; presentare altre carte che giustificassero il nostro trasferimento; compilare applications che richiedevano titoli di studio e curriculum dettagliato a partire dalla licenza media; recludersi volontariamente nel consolato americano per quattro ore, per un'intervista effettiva durata circa un minuto e mezzo; lasciare in ostaggio i passaporti e sperare in bene.
Tutto alle spalle, ormai: i passaporti sono arrivati, tutti e quattro corredati di visto che ci garantisce libero soggiorno sul territorio statunitense fino all' autunno 2012! Yup! Yankee Doodle went to town a-riding on a pony...
Sulla scia dell' entusiasmo, abbiamo finalmente prenotato il volo per il 18 ottobre: Londra-Houston-Albuquerque, un interminabile viaggio della speranza.
Ho una lista infinita di cose da fare e solo più due settimane. Nei momenti di angoscia estrema mi affido a uno dei miei filosofi di riferimento, Dr Jumba Jookiba: "Restare uniti. Sperare in miracolo. Altro non c'è."

Intanto oggi, dato che da qualche parte bisognava pur cominciare, ho portato Verdun a tagliare i capelli. Lei non appariva particolarmente convinta. La pettinatrice invece, palesemente over-enthusiast, le ha fatto un sacco di complimenti per come aveva "behaved like a big girl". Mah. Non mi risulta che i clienti di Tony&Guy vengano normalmente ricattati a colpi di soldini di cioccolata e lecca lecca per tenere la testa ferma. Comunque, il risultato è positivo: ho lasciato via libera alla pettinatrice ed è venuto fuori un taglio un po' anni '60, sembra la figlia di Don Draper. Naturally trendy Verdun.

25.9.10

Incontri

Spiegava il giovane Holden come "quelli che proprio mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l' autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti gira".
Come si può dedurre da un certo numero di indizi apparsi qua e là su questo blog, mi è capitato più di una volta di pensare che sarebbe stato piuttosto pratico poter fare uno squillo ogni tanto a Daniel Pennac. La mia ammirazione è costruita in larga parte sull'apprezzamento puramente letterario del suo stile, del suo uso della lingua e dei temi che affronta, sia attraverso i romanzi che i saggi. Ho anche la fortuna di poter leggere Pennac in francese, il che, per quanto la traduzione italiana sia eccellente e renda molto bene la fluidità e dinamicità del testo originale, rimane indiscutibilmente vantaggioso.
A questo si aggiungono, come quasi sempre se si va a investigare una preferenza particolare per un testo o un autore, ragioni più personali ed emotive, legate al momento in cui ho letto alcuni suoi libri, e alle persone che me hanno invitata a leggerli.
Come per la saga di Malaussène, che era stata fortemente consigliata da H, solitamente così restio alla fiction che mi aveva incuriosito. L' entusiasmo era stato tanto contagioso che l'avevo letta tutta in un estate. Anche i "Signori bambini" sono stati un suo regalo, arrivato in occasione di un Natale in cui avevamo appena scoperto che a breve saremmo diventati signori genitori. "Come un romanzo" e "Diario di scuola", invece li ho scovati da sola (uno l'ho sequestrato a un' ex-coinquilina, a dirla tutta), e hanno fornito grande carica e ispirazione negli anni in cui mi preparavo ad insegnare. Altri due titoli sulle mie mensole: "L' occhio del lupo e "Cabot Caboche", libri delicatissimi per bambini, ragalo di un amico francese che aveva individuato questo mio interesse senza che ne facessi parola.

Poi succede che un paio di settimane fa un' amica del master mi avverte che Pennac sarà a Londra per presentare la traduzione francese di "Diario di scuola". Ignorerò l' opportunità offerta su un silver tray per ironizzare sul fatto che ci sono voluti tre anni per tradurre il testo in inglese: Pennac qui non gode dello stesso successo che ha in Francia o in Italia, probabilmente proprio a causa del fatto che nella traduzione inglese, per quanto buona, si perdono il ritmo e lo stile che lo rendono tanto peculiare e interessante. Forse per questo la traduttrice inglese ha accantonato Malaussène per concentrarsi sui saggi sull' educazione, "Come un romanzo" e, appunto, "Diario di scuola".
Insomma, avrei preferito ascoltare Pennac da un palco all' aperto in una piazzetta parigina che in una saletta semibuia di Farrington, north east London, ma è stato comunque emozionante, sopra le mie aspettative.

La presentazione di ieri sera riuniva Pennac, la sua traduttrice inglese Sarah Ardizzone, e Quentin Blake, uno dei miei disegnatori di libri per bambini preferiti, che ha illustrato l' edizione inglese di "Come un romanzo" e ha scritto la prefazione di quest' ultimo lavoro. Attraverso gli spunti offerti dalle domande di Blake, Pennac ha raccontato, commosso, divertito e filosofeggiato attraverso un curioso mix di brillantezza dialettica, gestualità vivacissima, pacatezza e garbo, risultanti in un carisma che il suo lavoro da scrittore riflette solo in parte. Ha raccontato della propria esperienza di studente e di insegnante, soffermandosi in particolare sulla figura dell' ultimo della classe, delle paure e del senso di ineguatezza che caratterizzano la sua esperienza di scuola e di educazione. Di come lui avesse avuto la fortuna di incontrare alcuni insegnanti che lo incoraggiarono, attraverso strade e direzioni diverse da quelle canoniche,a sviluppare autostima e talenti personali. Di come poi egli abbia sperimentato sulla propria pelle, da professore, il bisogno di creare opportunità alternative e rispettare i ritmi individuali dei propri alunni, di dirigere la classe come un' orchestra anzichè come un reggimento. Dell' importanza che egli attribusce agli insegnanti e piu in generale agli educatori, nel promuvere una concezione della ricerca del benessere legata non alla capacita di cambiare macchiana o cellulare ogni due anni, ma alla possibilità di istruirsi, di avere accesso ed esplorare stimoli intellettuali diversi.

Tante idee, insomma, molto food for thought. Ma forse più di tutto mi ha colpita il contrasto, in questo scrittore ormai anziano, tra l' andatura rallentata e appesantita e la faccia scavata dalle rughe, e la caparbietà dello sguardo luminoso e profondo e del sorriso scanzonato e un po' sarcastico, apparentemnrte incapaci di soccombere allo scorrere degli anni, alla fatica, alla monotonia. Un bambino coi capelli grigi.

Avevo portato con me tre libri di Pennac per chiedergli di autografarli; ma lui era in vena creativa, e così adesso sono in possesso di una copia di "Signori Bambini" altamente personalizzata (per chi non avesse presente il disegno originale, i cinque omini con il cartello in alto sono stati aggiunti ieri sera). Wow! Questo compensa per quando mi hanno portata a Disneyland ma c' era lo sciopero delle maschere cosi non avevo potuto avere l' autografo di Donald Duck.

Et vive Pennac!


20.9.10

Wake me up when September ends

O anche October, o November. Svegliatemi per la vigilia di Natale, 'che quella mi spiacerebbe perdermela.
Motivo di tanta frustrazione e voglia di alienarsi fino a quando sarà tutto a posto non è solo la realizzazione che ci aspettano un paio di mesi molto intensi per via del trasferimento in New Mexico. Una volta lì so (spero) che entrerò in modalità "rullo compressore" e affronterò tutto con una certa rapidità e lucidità. Yes, we can.
E' l'attesa on this side of the pond, "da questo lato del laghetto", come dicono gli inglesi, che sta diventando moralmente estenuante. I tempi del trasferimento non sono ancora ben definiti, principalmente a causa di cavilli burocratici (yes, yes, flagellano anche gli usa!). Esiste un' espressione inglese in merito, onomatopeicamente molto efficace: essere STUCK. Siamo bloccati.
Siamo bloccati in attesa che dagli States arrivino i documenti necessari a richiedere un' intervista al consolato americano. Attraverso l' intervista dovremmo ottenere i visti. A quel punto potremmo prenotare il volo.
Allora ci si potrebbe concentrare su una lunga serie di aspetti più pratici, ancora più terrificanti: la seleçao su cosa portare/regalare/buttare/mandare in Italia. L'inscatolamento. La scelta del corriere. Dettagli tecnici del tipo ok, ma dove esattamente la spediamo tutta 'sta roba, visto che per le prime due settimane negli states vivremo in un bed and breakfast.
Ridare il bianco alle pareti, sostituire i mobili irrecuperabilmente rovinati dai SB, trovare un agente immobiliare a cui affidare l' affitto del nostro appartamento.
Ma finchè non arrivano questi benedetti documenti, siamo stuck. H intanto continua a lavorare, anche se con la testa è spesso altrove. Io sono a casa e mi posso dedicare come si deve ai pargoletti, il che non sarebbe male, ma anche io ho spesso la testa occupata dal pensiero di queste incombenze. E' il genere di pausa che non riesco a godermi, per niente. Per questo a volte vorrei essere un minatore cileno e riemergere tra tre mesi, a trasloco compiuto, casa newmexicana pronta e perfetta, libri già sistemati sulle mensole e tendine alle finestre. Altre volte, il pensiero del trasferimento, delle sue incognite e delle molteplici possibilita che potrebbe aprire per la nostra vita è eccitante. Sto diventando un po' bipolar, insomma.

Verdun, come è logico, assorbe tutto come una spugnetta.
Tutte le mattine prepara il suo zainetto e saluta ufficialmente:
"Bye bye, mamma."
"Dove vai oggi?"
"America."
Si siede sullo scalino della porta, in compagnia del fedele Dog, Ba e Boy, e un giornalino di Peppa Pig, o Vanity Fair, dipende cosa trova in giro.
Dopo un po' interrompe la lettura e rivolge a Dog uno sguardo omnicomprensivo:
"Cos'hai detto Dog? Siamo già America? Noooo! Ahahaha, Dog! No America quetta, quetta Londra! Ancora sei minuti."

Probabilmente un giorno, in retrospettiva, questi giorni sembreranno davvero un tempo d' attesa brevissimo. Sei minuti.

31.8.10

As at the finish line of a marathon


Good news: the dissertation has been completed, polished, printed, binded and handed in!
This is the culmination of a very peculiar and intense year of studies, where I had the opportunity to transform what was a passion, a curiosity, into something much more defined and informed. I really enjoyed doing this MA in Children's Literature, in all its aspects: critical studies, historical perspectives, illustation analysis, reader response theory, comparative studies. They have enriched my knowledge and my perspectives, they have opened windows on so many different areas and aspects of children's books that I couldn't have foreseen. And I enjoyed the research for the assignments, ranging from feminist revisions of Cinderella to the carnivalesque in Sendak's picture books, from the influence of Locke's theories of education on the chidren's book trade in the eighteenth century to the implied reader of The Little Prince, from the story of the representation of the black minority in children's literature to the tension between pedagogical aims and sympathy for the rebel in The Adventures of Pinocchio: so many occasions to learn, to wonder, to be inspired.
Handing in the dissertation feels a bit like completing a marathon: I am exausted, physically and mentally; I feel like I need to catch up with things that have been left behind in this last great effort; I am longing to spend lots of time doing not very much with people I love - that is, cuddling with H and the kids. I am also trying to figure out the next step: how to channel this inspiration, how to apply the skills that I have gained through the MA - doing a PhD, returning to work, something else altoghether. Que sera, sera. That can be postponed: time for some celebrations now - bring on the Peter Rabbit grape juice!

22.8.10

British Library (continued)


"But I don't want to go among mad people!", Alice remarked.
"Oh, you can't help that", said the Cat: "we're all mad here. I'm mad. You're mad."
"How do you know I'm mad?" said Alice.
"You must be", said the Cat "or you wouldn't have come here."




Nelle reading rooms della British Library regna una pace olimpica, un silenzio assoluto, del tipo che se starnutisci fai sussultare anche quello seduto venti file più avanti. Questo clima monastico è raggiunto grazie a un regolamento ai limiti dell'assurdo, dunque very british, a cui si aderisce solo per via dei servizi eccezionali di cui parlavo nello scorso post. Qui ci sarebbe da aprire una parantesi sull' ossessione degli inglesi per le regole, e sull'ossessione degli italiani per trovare il modo di aggirarle, anche del tutto indiscriminatamente dal loro effetto: ma lasceremo da parte i luoghi comuni per andare dritti dritti al Caso Umano.

Eccomi qua.
Qualche esempio per far capire la brutalità delle regulations:

nelle reading rooms non si puo mangiare nè bere. no, neanche caffè. no, neanche acqua. c'è una fontanella minima fuori in cui tutti si abbeverano come cammelli (non un bello spettacolo, btw)

non si puo masticare cicles. è vero, puo essere fastidioso per il vicino. ma io ho una dipendenza da orbit abbastanza severa. se non rumino per qualche giorno mi viene voglia di fumare, che considerando che non ho mai fumato in vita mia è abbastanza inquietante

non si possono usare penne, evidenziatori, matite colorate, niente. solo matite. that's booooring!

Ora, considerate questa povera tapina, che non riesce a tenere gli occhi aperti perchè il pargolo si è beccato varicella, raffreddore e tosse contemporaneamente; che condivide il letto da una piazza e mezza con altre tre persone perche a casa nostra quando uno è malato ci sentiamo tutti un po' più bisognosi d'affetto; che deve finire di scrivere la tesi ma non riesce a partorire le ultime 2000 parole.

Chiudetela in una stanzone senza finestre con i suoi libri e il pc per otto ore. Si puo pretendere che il soggetto sopravviva senza caffè e cicles, due elementi fondamentali della sua dieta? Si puo chiederle di passare ore sui libri senza scarabocchiarli un po'? Censori della BL, ce l'avete un cuore?

Comunque non stavo neanche usando un evidenziatore: era solo una matitina giallino pallido. Stavo sottolinendo un mio libro. Mi ero guardata intorno prima di tirarla fuori: non ero l' unica, l' avevo visto fare qualche giorno fa da un' altra disperata.
Saranno passati 30 secondi prima che alle mie spalle tuonasse un intimidatorio:

"What is THAT?"

"Uhm...a pencil?"

"This is a coloured pencil. Coloured pencils are not allowed."

Si sono girati tutti: non mi sentivo così da quando ero stata beccata con i bigliettini di scienze sotto il quinterno, circa vent'anni fa. Tralaltro, mentre consegnavo il corpo del reato pensando come ha fatto a vedermi, ho scoperto che i controllori della BL sono anche telepatici, à la Sookie Stackhouse.

"You've been caught by the camera, you know. Anyway, you can have your pencil back when you go home. Ask at the counter."

By the CAMERA?
All'uscita, al counter, indico la matita al controllare, uno diverso, sperando che me la dia senza infierire. Illusa.

"Oh, is that yours? You naughty girl!"

...

15.8.10

British Library


An original idea. That can't be too hard. The library must be full of them." (Stephen Fry)


Capita, al turista a spasso per Londra, di passare davanti alla British Library; in genere è sulla strada per andare a farsi una foto mentre spinge il trolley contro il muro del binario 9 e 3/4 nella stazione di St Pancras, che è proprio dietro l'angolo.
L'architettura maestosamente gotica e davvero fiabesca di St Pancras fa un po' a pugni con quella del palazzo della British Library, che invece ricorda vagamente un edificio del kgb: eccolo qua.



Praticamente una parete di mattoni neanche stuccata, senza balconi, con poche finestre, piccole piccole. Roba che Verdun potrebbe farne un modellino in scala con i duplo in cinque minuti.
L'interno gli è venuto meglio. In effetti, gli è venuto talmente bene da consigliare una visita alla BL, dopo la foto con il trolley di harry potter. Se non altro, per riequilibrare la propria reader self-esteem.


Ora, succede che io stia passando un sacco di tempo alla BL nelle ultime settimane, con la speranza di finire la tesi entro i tempi previsti. Intanto, però, sono in carenza da contatto con i Signori Bambini, esposizione alla luce naturale, e di argomenti più interessanti. Poi, di un posto dove si è passato tanto tempo (c'era anche stato un ciak 1, quando avevo campeggiato qua per scrivere la tesi del BA) si finisce per voler avere un ricordo, fosse anche uno straccio di post. Perciò, BL.

La BL è una delle biblioteche più grandi del mondo, il che essendo a Londra suona quasi ovvio. E' una biblioteca solo di consultazione; compensa il fatto che si può consultare praticamente qualunque cosa scritta in Inglese dalla Magna Carta in poi. Con "qualunque cosa "intendo proprio tutto - libri, riviste accademiche, tabloid, mappe, registri - tutto Shakespeare e tutto Vanity Fair, insomma.
In realtà hanno anche un notevole archivio di materiale non in inglese, piu alcuni manoscritti originali (Alice in Wonderland, canzoni di Beatles, and so on), ma passa un po' in ombra, a causa suppongo del folkloristico understatement.
Questa montagna di carta è custodita in una serie di piani sotterrranei che ricordano vagamente i gironi infernali danteschi. Qualcosa non ci stava e l' hanno dovuto archiviare in un'altra biblioteca nel countryside, così ci possono volere 48 ore per fartela arrivare. Rimane chiaramente un servizio di dimensioni e potenzialità incredibili.

La BL from the inside è il genere di posto che ti fa venir voglia di studiare ad agosto: grandi spazi, estremo silenzio, tutto pulitissimo, organizzatissimo e efficentissimo. E' stata inaugurata dodici anni fa ma sembra tutto nuovo.
Nonostante ci sia un' infinità di posti a sedere, puntualmente intorno alle 11 del mattino compaiono davanti alle sale di lettura i cartelli: "This reading room is now FULL", stile parcheggio multipiano.


Comunque, al di là del valore artistico e archeologico del luogo, un possibile scopo della visita potrebbe essere di tipo antropologico. La tribù dei readers della BL ha le sue proprie leggi, scritte e non scritte.
I criteri estetici ad esempio sono abbastanza peculiari: nessuno guarda in che stato sono i tuoi capelli o che scarpe hai. Nein. Sei invece valutato esclusivamente dal tuo portatile.
Ora, nella nostra famiglia vige una regola per cui quando un qualunque electronic appliance di H diventa obsoleta, magicamente passa in mio possesso, e lui ne compra un modello nuovo.
Perciò, il mio computer fa ridere i chickens. Perciò, nella piramide sociale della BL sono sotto il gradino degli schiavi. Una nullità. Anche nel regno dei nerd, non e una bella sensazione.

In compenso, oggi un tizio seduto accanto a me mi ha chiesto se poteva vedere la mia copia di Pinocchio, giustificandosi con un allarmante: "E così esiste il libro! Credevo l' avesse inventato Walt Disney!". Complesso di superiorità ristabilito. Per ora.



(to be continued)

26.7.10

Wear your mask first

Ti dicono: se a nove mesi Pierrot è già stato in vacanza in Italia, in Francia e in California, allora avere bambini non compromette la possibilità di viaggiare. E' giusto accendere una candela per illuminare qualche aspetto poco chiaro della questione.

Andare via di casa, anche solo per un weekend lungo, è qual che mi ha permesso di mantenere un livello soglia di lucidità mentale negli ultimi tre anni. Risparmiamo su tutto, ma un viaggio ogni tanto deve rientrare. Quindi, lo consiglio caldamente a ogni genitore - e non, ovvio.

Riguardo al viaggiare con pupi, ho formulato quattro postulati basati sulla mia esperienza di vacanze con i SB:

1.programmare tutto nei minimissimi dettagli:
partenza, arrivo, orari, mezzi, pasti, cosa portare e cosa comprare sul posto, and so on
spontaneità e improvvisazione vanno comunque messe in valigia per affrontare al meglio il punto 2, e cioè

2.essere sempre pronti a buttare all' aria i piani e dedicarsi a tutt' altro

3. arrivare dappertutto in anticipo. largo, larghissimo anticipo;
il modo di perdere tempo si trova sempre, recuperarlo è impossibile. Scrive quella che è stata costantemente in ritardo per i primi 27 anni edella sua vita, e poi ha smesso. Incidente chiave in questo cambio di rotta è stata la perdita dell' aereo per tornare in italia quando Verdun aveva 6 mesi, con conseguente pernottamento nell' aereoporto di Stansted per prendere il volo successivo, alle 7 del mattino. Cose che lasciano il segno.

4. ridimensionare le aspettative. ridimensionarle brutalmente, intendo.
Mettiamola così:
se la propria idea di vacanza involve una o più delle seguenti attività:

relax
cultura
bighellonamento nel duty free
film sull'aereo
romanticismo
people-watching,

allora, grosse delusioni in arrivo.

Il concetto di vacanza va riformulato come segue: sopravvivenza in un posto diverso da casa per un certo numero di giorni. Se in questi giorni si riesce non perdere più di tre oggetti essenziali e ad avere almeno un momento Wow, guarda dove siamo!, la missione è da considerarsi riuscita, big cheers all around.

Detto ciò, rimango dell'idea che cambiare aria faccia bene, a tutti e quattro. Soprattutto a me e H, probabilmente, ma del resto, come insegnano le hostess, prima di mettere la mascherina ai bambini devi essere in grado di respirare tu povero adulto responsabile.

Un altro punto dolentissimo nella nostra famiglia sono le foto: dietro ad ogni immagine mulino bianco style pubblicata qui, ci sono venti scatti in cui Verdun si gira di proposito dalla parte opposta alla macchina o corre incontro al fotografo di turno cercando di strappargliela di mano; ore o ore di contrattazione che finiscono quasi sempre con compromessi di cui non vantarsi del genere: ok, se ti fai fare una foto decente puoi avere un leccalecca/ un biscotto/ un soldino di cioccolato/ ok, tieniti la macchina foto e facci cosa vuoi.

Così la scheda della macchina è sempre piena di foto di scarpe e marciapiedi

Lunga vita alla digitale